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8 Ottobre 2026Mps, anche i Benetton consegnano le azioni a Intesa: a Lovaglio resta solo l’assemblea del 29 ottobre
Dopo Delfin arrivano i Benetton. Edizione, la holding di Ponzano Veneto guidata da Alessandro Benetton, conferirà all’offerta di Intesa Sanpaolo l’1,45 per cento che detiene nel capitale del Monte dei Paschi. La quota pesa poco nei numeri ma molto nel segnale: a Siena gli azionisti importanti stanno scegliendo il Monte come porta d’ingresso a Ca’ de Sass, non come banca in cui restare. Benetton lo ha detto chiaramente: l’operazione crea valore per la banca senese e per i suoi soci. La holding era già sul punto di uscire da Rocca Salimbeni. Il progetto di scissione approvato a luglio per dividere il patrimonio tra i rami della famiglia prevedeva di consegnare, al posto dei titoli Mps, quelli della prima banca italiana. La scelta di oggi completa quel percorso.
Lo schieramento intorno a Carlo Messina si è definito in pochi giorni. Prima Intesa ha alzato l’offerta, portando il controvalore complessivo a 31,4 miliardi e la parte in contanti a 1,25 euro per azione. Poi Delfin, primo socio con il 17,6 per cento, ha preso un impegno irrevocabile: aderire con l’intera quota e votare il 29 ottobre in modo coerente con le condizioni dell’offerta, cioè contro il piano difensivo. Anche Caltagirone, con circa il 13,5 per cento, sarebbe orientato per il no. Messina ha così trasformato l’assemblea straordinaria nel referendum che Luigi Lovaglio voleva evitare. Se i soci approvano le offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, Intesa si ritira. Se le bocciano, l’Opas resta in piedi a un prezzo più alto. Con la passivity rule servono i due terzi dei presenti, e con quasi un terzo del capitale già schierato contro quella maggioranza appare fuori portata.
Lovaglio non si arrende e lavora con gli advisor a una contromossa. Le ipotesi circolano, ma nessuna è confermata. Si parla di un rinvio dell’assemblea oppure di una nuova convocazione: l’ordine del giorno del 29 non può più essere integrato, quindi ogni nuova misura richiederebbe un’altra assemblea. La più suggestiva prevede di monetizzare l’intera partecipazione di Mediobanca in Generali, circa 13,3 per cento e intorno ai 9 miliardi, e di aggiungere 2-3 miliardi di capitale in eccesso. Ne verrebbe un dividendo vicino ai 2,9 euro per azione. Su questo punto però bisogna essere precisi. Già oggi la maxicedola da 4 miliardi proposta da Lovaglio, uno in contanti e tre in azioni del Leone, vale 1,208 euro per azione, meno del solo contante offerto da Intesa. Inoltre spetterebbe solo se almeno una delle due offerte andasse in porto. Una cedola più ricca dovrebbe superare l’esame della Bce sui requisiti patrimoniali. E distribuire Generali significa togliere alla banca gli utili che il Leone le porta. Il guadagno per i soci sarebbe in gran parte teorico, perché quella partecipazione è già compresa nel valore di Borsa del Monte: trasformarla in contanti non crea ricchezza nuova, la sposta soltanto da una tasca all’altra.
Resta la domanda che riguarda la città più dei mercati. Il piano di Intesa prevede di cedere a Unipol il marchio Mps con circa 635 filiali e di tenere per sé Mediobanca e il resto della rete. In questi giorni nessuno degli azionisti in fila per aderire ha detto una parola su cosa resterà a Siena di ciò che a Siena è nato. I soci votano sul valore, ed è il loro ruolo. Tocca ad altri, finché c’è tempo, chiedersi quale sia il valore di un nome quando non ha più una banca dietro.





