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8 Ottobre 2026Le aree interne non possono chiedere solo servizi: devono governare la ricchezza che producono
Pierluigi Piccini
Siena è stata la quarta tappa, dopo Terni, Benevento e Avellino, dell’indagine conoscitiva della Commissione parlamentare per le questioni regionali sulle aree interne. In Prefettura il presidente Francesco Silvestro ha ascoltato il Comune, la Provincia e le Unioni dei Comuni dell’Amiata Val d’Orcia, della Valdichiana senese e della Val di Merse. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una proposta di legge che trovi fondi per lo sviluppo di questi territori. Il metodo lo ha riassunto lui stesso: prima le criticità, poi le risorse.
Le criticità sono quelle che conosciamo a memoria. Oltre metà della provincia è in affanno perché lontana dai servizi: medici e insegnanti sono introvabili, gli uffici postali e le scuole sono lontani, i trasporti mancano, i giovani se ne vanno e la popolazione invecchia. L’Irpet segnala che in Toscana le filiali bancarie si sono dimezzate. La presidente della Provincia ha ricordato che le aree interne sono quattromila comuni su ottomila in Italia. Ha chiesto riforme strutturali e non bonus, e una fiscalità differenziata per tenere aperti i negozi e i bar, ultimi presidi di socialità nei paesi.
È tutto vero, ed è tutto già detto. La diagnosi è la stessa da dieci anni, e il rischio è che ripeterla diventi essa stessa la politica. La battaglia per i servizi resta sacrosanta. Quella che si combatte a Montepulciano, e in tanti altri comuni, è giusta e necessaria: nessuno resta in un paese senza medico, senza scuola e senza una corriera che lo colleghi al mondo. Ma se il ragionamento si ferma qui, le aree interne restano in una posizione di domanda permanente. Chiedono che venga restituito ciò che è stato tolto e dipendono dalla benevolenza di chi decide altrove. Chi chiede assistenza tratta sempre da sotto.
Lo rivela la parola usata da Silvestro. Per lui le risorse sono i fondi che lo Stato dovrebbe stanziare, e che, come ha ammesso, non bastano mai. Le risorse vengono sempre pensate come qualcosa che arriva da fuori, mai come qualcosa che il territorio già possiede. Eppure molte aree interne non sono povere: producono ricchezza, ma non la trattengono. Sull’Amiata c’è la geotermia, una risorsa che alimenta la rete nazionale e che potrebbe diventare la base di un tessuto produttivo locale, se compensazioni e calore si trasformassero in lavoro e imprese. A nord, nel Chianti senese, comuni di poche migliaia di abitanti come Radda, Gaiole e Castellina possiedono un marchio e un paesaggio conosciuti nel mondo. Eppure invecchiano anche loro: le case costano troppo per i giovani e chi lavora nelle aziende abita altrove. La ricchezza scorre via, in dividendi distribuiti lontano, in seconde case abitate poche settimane l’anno, in rendite che non diventano residenti.
Qui la questione cambia natura: chi decide come si valorizzano le risorse di un territorio, e quanta parte del valore resta a chi ci abita? La fiscalità differenziata chiesta dalla Provincia va in questa direzione, ma resta una concessione dall’alto. Il passo ulteriore è dare ai territori il governo di una quota della ricchezza che generano. Allora i servizi non sarebbero più un’elemosina da strappare, ma qualcosa che il territorio può in parte sostenere da sé e pretendere dagli altri livelli di governo da una posizione di forza. Il servizio è la condizione per restare, lo sviluppo è la ragione per farlo.
Le due facce vanno tenute insieme. Senza servizi nessuna ricchezza trattiene le persone; senza il governo della propria ricchezza i servizi restano sempre revocabili. Qualcuno, del resto, arriva ancora: le cronache di questi giorni raccontano di chi sceglie i nostri borghi venendo dall’Argentina o dalla Cina. Per trattenerli serve più di un bando. Alla Commissione andava consegnata anche una domanda più scomoda: non quanto ci restituite, ma quali poteri e quali leve ci date perché la ricchezza che nasce qui possa restare qui.





