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17 Ottobre 2026Vendemmia nelle Langhe, la denuncia della Caritas di Alba: lavoratori sfruttati e accampati nelle terre del grande vino
Le Langhe sono uno dei paesaggi più celebrati d’Italia. Colline patrimonio Unesco, vini che si vendono a prezzi altissimi in tutto il mondo, un turismo enogastronomico in crescita continua. Dietro questa immagine da cartolina la Caritas diocesana di Alba ha raccontato un’altra storia, raccolta in un dossier dal titolo eloquente: “L’altra vendemmia”. Il giudizio è netto: quella del 2026 è stata una vendemmia da record per violazioni e ingiustizie.
I numeri descrivono la dimensione del fenomeno. Oltre seimila lavoratori impegnati nella raccolta, circa la metà stagionali, in gran parte stranieri provenienti dall’Est europeo e dall’Africa, per una vendemmia tra le più rapide e brevi di sempre. Concentrare tanta manodopera in poche settimane ha fatto esplodere tutte le fragilità del sistema. La Caritas ha documentato lavoro nero e grigio, buste paga che non corrispondono al lavoro effettivamente svolto, retribuzioni sotto i minimi contrattuali, mancati pagamenti, giornate interminabili senza pause adeguate né giorni di riposo.
Poi c’è la questione dell’alloggio. Gli operatori hanno censito sedici accampamenti di fortuna. Chi non dormiva all’aperto finiva spesso in stanze sovraffollate, pagando anche duecento o trecento euro al mese per un posto letto. La mensa Caritas di via Pola ha servito 4.500 pasti contro i 2.500 abituali; le docce sono state usate circa duemila volte; molti braccianti hanno lasciato in custodia i bagagli perché in città non esiste altro luogo dove depositarli. E la Caritas avverte che le persone incontrate sono meno del cinque per cento di quelle che ogni giorno lavorano nei filari: la parte visibile di un fenomeno molto più ampio.
Il vescovo di Alba, Marco Brunetti, ha parlato di una situazione inaccettabile per un territorio così benestante e ha chiesto alle istituzioni di farsene carico. Il direttore della Caritas, don Domenico Degiorgis, ha ricordato che il caporalato nelle Langhe e nel Roero non è una scoperta: dura da anni. A settembre aveva ricevuto minacce esplicite da alcuni caporali che gli intimavano di smettere di parlarne. La Cgil di Cuneo ha definito il sistema di reclutamento della manodopera schiavistico e criminale, chiedendo alla Regione Piemonte una legge sul lavoro agricolo.
La denuncia va presa con equilibrio. Sarebbe ingiusto criminalizzare un intero comparto, in cui molte aziende lavorano in modo corretto. Ma il problema è strutturale. Quando i grandi marchi chiedono raccolte veloci a costi contenuti e l’intermediazione della manodopera viene affidata a cooperative opache e a caporali, la catena del valore si spezza proprio nel suo anello più debole. Il prezzo di una bottiglia pregiata finisce per incorporare anche il lavoro sottopagato di chi ha dormito in un campo.
C’è poi un altro nodo, che riguarda molte città d’arte e di vino: Alba sta diventando un luogo per turisti, sempre meno accessibile a chi non ha redditi medio-alti. La rendita turistica fa salire gli affitti e spinge fuori proprio coloro senza i quali l’economia locale non funzionerebbe. È un tema che interessa tutte le aree di eccellenza agricola italiane, dalle colline piemontesi a quelle toscane.
La qualità di un vino, oggi, non può più essere misurata solo nel bicchiere. Riguarda anche la dignità di chi lo ha raccolto. Un territorio che vende al mondo la propria bellezza ha il dovere di garantire che quella bellezza non sia costruita sullo sfruttamento.





