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17 Ottobre 2026Povertà in Italia, i dati Istat: più di cinque milioni di poveri assoluti e l’affitto come vera linea di confine
Il rapporto dell’Istat sulla povertà nel 2025, pubblicato il 15 ottobre, porta un piccolo miglioramento e una grande conferma. Il miglioramento: le famiglie in povertà assoluta scendono dall’8,4 all’8 per cento, le persone dal 9,8 al 9,3. La conferma: si tratta ancora di oltre 2,1 milioni di famiglie e circa 5,4 milioni di persone, tra cui più di un milione di minori, che non riescono a sostenere la spesa minima per vivere in modo dignitoso. Rispetto a dieci anni fa le famiglie povere sono oltre mezzo milione in più, gli individui più di ottocentomila. La povertà, insomma, non è più un’emergenza: è diventata una condizione stabile del Paese.
Il dato più forte del rapporto riguarda la casa. Le famiglie in affitto rappresentano poco più del 18 per cento del totale, ma tra le famiglie in povertà assoluta sono quasi la metà: 999 mila. Tra quelle con figli minori che vivono in affitto, quasi tre su dieci sono povere; tra quelle proprietarie dell’abitazione, sei su cento. La differenza tra stare dentro o fuori la soglia, oggi, la fa sempre più il possesso di un tetto. Chi paga un canone parte con un handicap che il reddito da lavoro spesso non riesce a colmare.
Perché lavorare non basta più. Tra le famiglie con a capo un operaio la povertà assoluta tocca il 14,3 per cento, in calo ma ancora quasi il doppio della media degli occupati. Tra i lavoratori dipendenti nel loro insieme supera l’8 per cento. Il lavoro povero, fatto di salari bassi, contratti discontinui e part-time non scelti, è ormai una componente strutturale del fenomeno. All’opposto, tra le famiglie con un diploma o una laurea la povertà scende al 4,4 per cento: l’istruzione resta uno dei pochi argini efficaci.
Poi ci sono gli stranieri. Le famiglie di soli italiani povere sono il 5,9 per cento; quelle con almeno un componente straniero il 26,7; quelle composte solo da stranieri il 29,4. Oltre un milione e mezzo di cittadini stranieri vive sotto la soglia, quasi uno su tre. Sono spesso le stesse persone che raccolgono la frutta, puliscono le case, assistono gli anziani: indispensabili all’economia, escluse dal suo benessere.
Anche i figli pesano. Tra le coppie con un figlio minore la povertà riguarda il 7,8 per cento delle famiglie, con due figli il 10, con tre o più il 17,7. In un Paese che si interroga ogni giorno sulla denatalità, mettere al mondo un terzo figlio significa ancora esporsi a un rischio concreto di impoverimento. Le famiglie monogenitore superano l’11 per cento.
La geografia conferma il Mezzogiorno come area più colpita, con 813 mila famiglie povere, il 9,6 per cento. Ma in valori assoluti quasi metà dei poveri vive al Nord, dove l’incidenza è cresciuta molto nell’ultimo decennio. Il Centro resta l’area con i valori più bassi.
Dai numeri emerge un’indicazione politica chiara. Le misure di contrasto alla povertà non possono più essere pensate solo come sostegno a chi non lavora. Servono politiche abitative vere, un’edilizia pubblica tornata a essere una priorità, salari che permettano di vivere, sostegni alle famiglie numerose che non si esauriscano in un assegno. E serve una scuola capace di spezzare la trasmissione della povertà tra generazioni, che in Italia è tra le più alte d’Europa. Il lieve calo registrato nel 2025 non deve diventare un alibi: dietro lo zero virgola ci sono milioni di vite ferme sulla soglia.





