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C’è qualcosa di straordinario nell’immagine di un Papa che, a pochi giorni da un intervento per un tumore al polmone, prende il telefono dalla sua stanza d’ospedale e chiama il presidente russo. Venerdì 16 ottobre Leone XIV, ricoverato al Policlinico Gemelli dal 13 ottobre dopo l’asportazione di un adenocarcinoma, ha parlato con Vladimir Putin. L’iniziativa è partita da lui. È la seconda conversazione tra i due, dopo quella del giugno 2025, ed è stata preparata dalle missioni a Mosca di monsignor Gallagher e del cardinale Zuppi.
Il Papa non ha parlato di pace in astratto. Ha chiesto una cosa precisa: una tregua a Oleshky, nella regione di Kherson, per far entrare cibo e medicine e permettere ai civili di andarsene in sicurezza, se lo vogliono. Una richiesta piccola nella geografia della guerra, enorme per chi vive in quella città.
Oleshky si trova sulla riva sinistra del Dnipro, a una decina di chilometri da Kherson, che è in mano ucraina. Il fronte passa in mezzo. Occupata dai russi dal febbraio 2022, nel giugno 2023 fu sommersa dall’alluvione seguita alla distruzione della diga di Kakhovka. Prima della guerra contava circa ventiquattromila abitanti. Oggi ne restano circa duemila, tra cui una cinquantina di bambini. Secondo le Nazioni Unite l’ultimo negozio ha chiuso a gennaio e da maggio in città non arriva cibo. Non c’è elettricità, non c’è acqua corrente. Il territorio intorno è pieno di mine, il cielo di droni. Chi resta deve scegliere tra la fame e il rischio di saltare in aria cercando di uscire. Le testimonianze raccolte parlano di persone che si nutrono di erbe selvatiche, che barattano un uovo, che muoiono di freddo e di mancanza di cure.
Kiev ha tentato di rifornire la popolazione con droni da carico: a fine settembre ha lanciato quattro tonnellate di viveri e medicinali su cento punti della città. Le autorità ucraine accusano gli occupanti di punire chi raccoglie i pacchi. Mosca, a sua volta, riconosce che la situazione è critica ma ne attribuisce la responsabilità agli attacchi ucraini. Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa aveva già chiesto un cessate il fuoco locale. La Chiesa ortodossa ucraina si era rivolta direttamente al Papa.
La risposta del Cremlino va letta con attenzione. Putin ha augurato al Pontefice una pronta guarigione, si è detto disponibile a collaborare con il Vaticano sul piano umanitario, ma ha ribadito che la colpa è del “regime di Kiev” e nel suo comunicato ha definito Oleshky una città russa. Un’apertura, quindi, ma dentro la propria narrazione. È il limite di ogni diplomazia umanitaria: ottenere qualcosa senza legittimare tutto.
Eppure la Santa Sede si muove esattamente su questo crinale da quando è cominciata la guerra, con gli scambi di prigionieri e le trattative sui bambini deportati. Non pretende di risolvere il conflitto, cerca di aprire varchi. È un metodo che misura il successo in vite salvate, non in dichiarazioni. Per questo la telefonata conta: mette alla prova una promessa concreta, verificabile nei prossimi giorni sulla strada che porta a Oleshky.
Resta la forza simbolica del gesto. Un uomo fragile, appena operato, che usa le poche energie per chiedere pane per una città dimenticata. In un tempo in cui la politica internazionale parla soprattutto il linguaggio della forza e del riarmo, la debolezza esibita del Papa diventa essa stessa un argomento. Non ha eserciti, non ha sanzioni da minacciare. Ha solo la parola e la credibilità di chi non chiede nulla per sé. Se domani un convoglio entrerà a Oleshky, sarà questa la dimostrazione che quella parola pesa ancora.





