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di Pierluigi Piccini
Siena ha trovato un nuovo spazio per l’arte: la rotatoria. Prima un cavallo con i barberi delle diciassette contrade alla rotonda dei Due Ponti, poi un altro cavallo in fondo a viale Toselli, il Pegaso all’incrocio di via Bianchi Bandinelli, la Lupa dell’Accoglienza alla rotatoria di Fontebecci, il Gallo dei cento anni a Montarioso. L’amministrazione chiama tutto questo riqualificazione delle aree periferiche e promette che il progetto «Rotonde d’Arte» non si fermerà qui. Viene da chiedersi: riqualificazione di che cosa, e per chi?
La rotatoria è per definizione un luogo dove non ci si ferma. Ci si gira intorno, si guarda a sinistra, si dà la precedenza e si esce. Metterci una scultura significa destinarla a uno sguardo distratto, laterale, di pochi secondi, il contrario della contemplazione. L’opera diventa segnaletica: ti dice che sei arrivato, che questa è Siena, e basta. Il titolo del giornale lo ha detto con involontaria precisione: decoro urbano a misura di rotatoria. Decoro, appunto, non arte.
Poi c’è il metodo. Le opere sono donate dagli artisti, accolte perché nasce un buon rapporto con l’assessorato, collocate dove capita. Non c’è un bando, una commissione, un’idea curatoriale che tenga insieme i pezzi e si chieda che cosa debba dire l’arte pubblica a una città nel suo tempo. C’è la generosità degli scultori, che non metto in discussione, e c’è un’amministrazione che la raccoglie e la chiama progetto. Ma una somma di doni non fa una politica culturale: la sostituisce.
Il repertorio è forse l’aspetto più rivelatore. Lupe, cavalli, barberi, il Pegaso, i colori delle contrade: Siena che si presenta all’ingresso con i propri stemmi, ripetendo a se stessa ciò che già sa di essere. È l’identità ridotta a logo, la tradizione trasformata in marchio da esporre ai margini dell’abitato. L’arte, quando è viva, fa l’opposto: interroga un luogo, ne apre le contraddizioni, mostra quello che non si vede. Qui invece tutto conferma e rassicura. Il caso del Gallo di Montarioso è esemplare. È ispirato al Gallo Nero, è realizzato con le doghe delle botti e la pietra di una vigna del Consorzio, ed è pensato come omaggio al suo centenario. È un monumento celebrativo a un consorzio commerciale, piantato su suolo pubblico e presentato come intervento sulle periferie.
E le periferie? Restano dove sono. Le periferie si riqualificano con servizi, trasporti, luoghi d’incontro, spazi verdi che si possano vivere e non solo guardare dal finestrino. Una scultura nell’asfalto non cambia la vita di chi abita a Fontebecci o ai Due Ponti. Cambia, al massimo, la cartolina di chi arriva in città.
Questa città negli anni Novanta aveva avuto il coraggio di misurarsi con il contemporaneo vero, aprendo un museo d’arte contemporanea nel cuore del centro storico, con mostre che dialogavano con il mondo e talvolta disturbavano. Oggi si accontenta del soprammobile in rotonda. Non è solo una questione di gusto, è una questione di ambizione. Una città che rinuncia a chiedere all’arte di pensarla finisce per chiederle soltanto di decorarla. E una città che si limita a decorarsi ha smesso di immaginare il proprio futuro.





