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21 Ottobre 2026Messina garantisce l’indipendenza di Generali, a Siena lascia solo promesse: vanno scritte nell’offerta
di Pierluigi Piccini
Dal palco del Forum Coldiretti, a Roma, Carlo Messina ha parlato due lingue. Alla finanza nazionale ha offerto una garanzia precisa, quasi un teorema: dentro Mps c’è Mediobanca, dentro Mediobanca c’è il 13,5% di Generali, e con quella quota in mano a Intesa nessuno potrà più scalare il Leone di Trieste. A Siena ha offerto invece un elenco di intenzioni: il marchio non si tocca, le sedi restano, i poli tecnologici saranno valorizzati, il territorio non sarà abbandonato. La differenza tra le due cose non è di tono, è di natura. La prima è un’architettura di potere che si regge da sola, perché è iscritta nei numeri dell’azionariato. La seconda è una promessa, che dura finché qualcuno ha interesse a mantenerla.
Conviene leggere le parole per quello che dicono davvero. Messina ha definito l’operazione una questione di sicurezza nazionale, ha chiamato il risparmio delle famiglie la tripla A del Paese, ha descritto il consiglio del Monte come diviso e quindi vulnerabile. Il ragionamento è coerente, ma il baricentro sta a Milano e a Trieste, non in piazza Salimbeni. Siena compare come il passaggio attraverso cui si arriva a Mediobanca e a Generali: necessario, non fine. Non è una colpa, è il mestiere di un banchiere. È però una ragione in più perché chi rappresenta il territorio non si accontenti della cortesia delle parole.
Sugli sportelli il disegno è tracciato: oltre 620 filiali a Intesa, 635 a Unipol. Messina dice di fidarsi dell’Antitrust, e Carlo Cimbri risponde che rigore è quando l’arbitro fischia, battuta che dice più di quanto sembri: finché non c’è una decisione, nessuno si impegna. Intanto un gruppo di dipendenti del Monte, in una lettera ai giornali, si è descritto come i carrarmatini del Risiko, diciassettemila persone spostate sul tabellone senza che nessuno chieda loro nulla, e ha ricordato che una banca vive di relazioni che non si trasferiscono con un colpo di mano. È l’unica voce, in questi giorni, che abbia parlato di lavoro concreto anziché di architetture.
Il calendario aiuta a capire dove sta il punto. Il 29 ottobre l’assemblea di Mps voterà il piano difensivo di Lovaglio, che i consulenti dei fondi hanno invitato a respingere e che i grandi soci non sostengono. Dopo i via libera di Bce e Consob, l’Opas dovrebbe partire verso fine novembre. In mezzo c’è lo spazio, stretto, in cui le istituzioni senesi possono ancora pesare: quello che precede il Documento di Offerta e gli accordi che lo accompagneranno.
Non si tratta di essere a favore o contro Intesa. Si tratta di serietà amministrativa. Se il marchio resta, lo si scriva, con una durata. Se le sedi restano, si dica con quali funzioni, quanti addetti, per quanti anni. Se i poli tecnologici saranno valorizzati, si indichino gli investimenti. E poiché una parte rilevante della rete andrebbe a Unipol, anche Unipol deve firmare, accanto agli enti locali e alla Fondazione. Messina ha saputo trasformare l’indipendenza di Generali in un fatto azionario. A Siena basterebbe che trasformasse le sue promesse in obblighi. È la stessa logica, applicata a chi conta meno.





