
Nelle carte la prova del “lodo Moro”
22 Marzo 2026
SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
22 Marzo 2026Mistica femminile Il «Dialogo della divina provvidenza» (Sismel – Ed. del Galluzzo) in edizione critica: e varie fasi della sua redazione ricostruite da Noemi Pigini
Nella pala d’altare che Pietro Lorenzetti (m. 1348) dedica alla beata Umiltà da Faenza, una tavola rappresenta la monaca su un balcone mentre legge. Il balconcino si apre sul refettorio, dove cinque benedettine chiacchierano davanti alla tavola apparecchiata con piatti e cibo, contravvenendo al voto del silenzio. Una di esse guarda verso Umiltà: è consapevole di assistere a un miracolo. La nobildonna senese, nata nel 1260, era entrata nel monastero da analfabeta, e anzi vi sarebbe fuggita, perché non tollerava più la derisione delle consorelle, che la rimproveravano per la sua mancanza di cultura. Le mura del monastero di Faenza erano altissime e il salto audace, ma la fuga di Umiltà avviene sotto il segno di una voce potentissima, che la spinge a cercare una nuova forma di vita, prima solitaria (si sarebbe fatta murare, con una celletta aperta soltanto per ascoltare l’ufficio e raccogliere le elemosine) e poi comunitaria: «fecondata in tutte le viscere» da Cristo, Umiltà imparerà a leggere e rivelerà le parole divine che Gesù le insegna nel «silenzio dello spirito» con i suoi Sermoni.
C’è una linea segreta che unisce elettricamente il viso austero ma orgoglioso di Umiltà dipinto da Lorenzetti e le delicate parole che la mantellata, e cioè la laica legata all’Ordine domenicano, Caterina Benincasa, la celeberrima Caterina da Siena, santa che fece bruciare di passione l’Italia fascista che la promosse a patrona del paese nel 1939, dedica all’impresa di scrivere un suo libro tutto da sola, in autonomia. Nel 1377, in un momento in cui la sua Toscana viveva un conflitto fortissimo con il papato tra velleità di autonomia e rivoluzioni sociali (con la fiammata dei lavoratori della lana, i Ciompi), Caterina, che risiedeva in Val d’Orcia, annunciava al suo confessore Raimondo da Capua (nipote del grande cancelliere di Federico II e futuro ministro generale dell’Ordine domenicano), che la Provvidenza aveva «proveduto con dar l’attitudine dello scrivere»; «piena di amirazione ero di me medesima e della bontà di Dio», dice, perché, «dormendo con Tommaso d’Aquino» aveva cominciato a scrivere il suo lungo trattato in prosa: il Dialogo della divina provvidenza.
L’accesso alla scrittura, ma anche all’ideazione di un’opera originale, fa scintillare una storia sotterranea, vissuta da donne che – nelle parole di Caterina – scrivono e domandano perché il cuore è pieno e rischia di scoppiare: la nobilissima Ildegarda di Bingen, analfabeta che detta le sue 26 visioni cosmologiche al monaco Volmar, componendo anche una rappresentazione teatrale, un’enciclopedia e 390 lettere (1136-1174); Chiara d’Assisi, nobile cittadina che scrive delle lettere ad Agnese, principessa di Boemia, che sono dei dimenticati gioielli letterari (1233-1254); la figlia del marchese Azzo d’Este Beatrice che compila anche lei delle epistole, fino alla vedova di Foligno Angela, impregnata di visioni di sofferenza derivate dalla Croce che la portavano a svenire di fronte a tutti: un frate minore la confessava e ne traduceva le parole in un bellissimo memoriale all’inizio del Trecento. Nel mezzo di questo flusso costante, ma non tranquillo, la francese Margherita Porete, beghina, espresse in volgare il suo percorso di perfezionamento toccando punti (in particolare il rapporto tra l’uomo, la sua volontà e Dio) che agli inquisitori non piacquero: la vicenda finì sul rogo, nel 1310, perché Margherita pretese di far leggere l’opera ai dotti.
Una costellazione di figure che mostrano come gli impulsi dell’Europa dopo la riforma gregoriana, unita alla rivoluzione commerciale e alla nuova diffusione di cultura e di testi coltivata dall’Università lievitavano un’inevitabile sfondamento delle chiuse barriere intorno ai saperi mascolinizzati e monastici; le donne seppero reinterpretare questo nuova circolazione di idee in una maniera del tutto inattesa, cambiando la faccia del discorso pubblico e letterario e costringendo il potere a ridefinirsi nei suoi meccanismi di controllo.
In una vita brevissima, bruciata con una portentosa velocità fino a morire all’età di Cristo nel 1380 dopo l’ennesimo, estenuante digiuno, Caterina aveva raccolto attorno a sé prima un gruppo locale di seguaci, sedotte dalla sua vita austera che ricordava quella degli anacoreti del deserto, ma anche dalla sua voce ispirata, capace di unire l’invito alla penitenza con un impegno furibondo per la riforma della chiesa e della società: entrambe immerse in una crisi irreversibile, che si sarebbe accelerata con l’avvento dello Scisma (1378), quando sul soglio di Pietro si sarebbero fronteggiati due pontefici. I seguaci aumentarono, con il sostegno di una rete di famiglie nobili toscane e poi sempre di più grazie all’investimento dell’Ordine dei Frati Predicatori, braccio armato e coltissimo del papato, che la sottopose a esami di ortodossia: perché questa minuta donna venuta da una famiglia di commercianti di stoffe prorompeva in visioni paurose, ricamate da metafore concrete e corporali, in invettive contro il papa, i preti, i cristiani tra loro in guerra: in questo vortice discorsivo, Caterina pretendeva di essersi identificata così tanto al suo amatissimo Cristo sofferente da riceverne delle stimmate, seppure invisibili: non era successo dai tempi di san Francesco e gli increduli erano molti.
L’analfabeta imparò a leggere, e lentamente – secondo tappe che non capiamo perfettamente – anche a scrivere, diventando una sorta di laboratorio di propaganda vivente: intorno a lei, un numero elevatissimo di scribi (domenicani, ma non solo), registravano le sue lettere. Sono quasi 400 epistole, dirette in gran parte a papi, principi e condottieri (ma non solo), che proiettarono la voce di questa «donnicciola» (secondo la definizione del papa) sullo scacchiere geopolitico, rendendola portavoce di un programma preciso: il papa doveva ritornare a Roma (risiedeva in Francia da più di sessant’anni), correggere la corruzione che regnava nella Chiesa e recuperare i territori della Terra Santa sotto il controllo dei mamelucchi. Non è un progetto velleitario: papa Urbano VI tornò a Roma e la crociata arrivò sul punto di essere lanciata.
È una stagione felice per gli studî su questa figura-chiave del Medioevo uscente, che è all’origine di molti elementi della modernità (tra i quali, la restaurazione del mito della Roma papale): l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo ha intrapreso l’edizione delle lettere, in più volumi: il primo ne raccoglie 76 e un secondo è in uscita in questi giorni (ne abbiamo parlato sul manifesto del 16 febbraio 2024). Adesso, invece, è la Fondazione Ezio Franceschini che pubblica, a cura di Noemi Pigini, l’edizione critica del Dialogo: Caterina da Siena, Dialogo della divina provvidenza (Sismel-Edizioni del Galluzzo, pp. XII-814, euro 85,00). Il testo era conosciuto e letto in edizioni fondate su singoli manoscritti e sulla base di idee critiche che vengono cordialmente, ma decisamente smontate, da Pigini. La paziente opera di ricostruzione della studiosa delinea la concreta modalità di redazione del testo, principiato in Val d’Orcia, poi lasciato in custodia presso i signori del luogo (la famiglia Salimbeni), e quindi ripreso a Firenze, dove, alloggiata presso il sarto Francesco di Pipino, Caterina si fa mandare il manoscritto. La scrittura si conclude a Siena nel novembre 1378, dopo che Caterina è fuggita da Firenze messa a ferro e fuoco dai Ciompi (giustamente ostili al suo network di riferimento, perlopiù nobiliare).
Secondo Pigini, la mantellata non porta il libro con sé a Roma, dove trascorre gli ultimi anni di vita pregando e premendo sul papa per il suo programma. Il ragionamento, ben saldato su una lettura puntigliosa delle lettere e su un riesame dei codici più antichi, esclude la possibilità di affidarsi ad alcuni manoscritti che erano stati assemblati dai «segretari» più vicini a Caterina, come pure si era fatto in passato: è il caso del ms. conservato nella Biblioteca Casanatense, trascritto da Barduccio Canigiani e usato nella edizione di Cavallini.
Tenuto presente che, proprio come per le lettere, è esistita una forsennata attività di copia e di diffusione del Dialogo che si è realizzata a partire da un gruppo organizzato di copisti attivi sia nel vivacissimo convento domenicano veneziano dei SS. Giovanni e Paolo (che un secolo prima si era fatto notare per aver diffuso e rivisto il Milione di Marco Polo) sia nella febbrile Siena, Pigini rappresenta questa diffusione con uno schema che riassume una situazione paradossale: i copisti hanno copiato in maniera fedele e conservativa il testo, ma con un fenomeno di perturbazione che avviene all’altezza del capitolo 130, quando si moltiplicano le fonti.
A questo, si aggiunge anche la scoperta di una divisione del testo in parti chiamate «trattati», che risale alla stessa Caterina e che permette di mettere a fuoco il rapporto tra i codici nella sezione finale, dove è più difficile definire le relazioni tra essi. Pigini costruisce il suo testo basandosi sul lavoro di copia di uno dei personaggi più vicini a Caterina, il monaco certosino Stefano Maconi, suo segretario e traduttore anche di una delle biografie (agiografia) della santa, ma tenendo presente l’intera tradizione secondo la razionalizzazione proposta e infine aggiungendo anche le rubriche (seppure in parentesi), per rendere leggibile al lettore la partizione antica del testo, che ne segue pienamente il respiro.
L’edizione è esemplare perché mette in equilibrio la realtà storica della prima «pubblicazione» del testo, negli ambienti vicini a Caterina, con la sua veloce diffusione al di fuori di questi ambienti, riuscendo anche a far percepire la voce dell’autrice e non arrendendosi alla potenziale valanga distruttrice della «contaminazione» (quel fenomeno per cui un copista mescola le proprie copie, rendendo vani gli sforzi dei filologi): è un pilastro della tradizione italiana della filologia, piuttosto isolata nel contesto internazionale, ma che va difeso come ultimo sforzo di contenere la pigrizia intellettuale di chi ha la tentazione di pubblicare qualsiasi testo antico senza mediazioni.
Ma che cos’è il Dialogo? Caterina redige un lungo scambio di battute tra Gesù e l’anima, che interroga Cristo con delle petizioni che le permettono un percorso interiore e affettivo di avvicinamento a un’esperienza religiosa che però non ha nulla della mistica moderna. Caterina, infatti, presenta le sue tappe in una maniera chiara, facendo appello all’intelletto e alle conquiste della carità, secondo un ragionamento che unisce costantemente insegnamenti morali, quindi concreti, e attenzione al contesto ecclesiale in cui essi avvengono: i ministri religiosi sono, allo stesso tempo, sacralizzati e, proprio per questo, violentemente redarguiti quando si dedicano a comportamenti devianti e corrotti. Su questa base, Dio promette all’anima, modello di cristianità, un refrigerio che si può realizzare nel qui e ora di una riforma basata su una Chiesa integra e romano-centrica. È un discorso vertiginosamente restauratore, che pure si radica nella tradizione visionaria femminile del medioevo, che soprattutto i frati mendicanti (e in particolare i frati minori), avevano accompagnato e anche pesantemente inquadrato.
Il Dialogo è tutt’altro che un’opera isolata, e anzi proprio in anni vicini anche autori come Simone da Cascia rinnovano la scrittura religiosa rivolgendosi alle donne (è appena uscita una straordinaria antologia delle opere di Simone curata da un’altra studiosa di Caterina, Silvia Serventi, per la casa editrice Agorà &Co: Simone Fidati, Anima tenerella, 2026). Caterina basa questo suo progetto originale su una serie sceltissima (limitata?) di letture e di esempi, che emergono dai pochissimi riferimenti espliciti nel testo del dialogo, dove si ricordano San Francesco e San Domenico, Pietro Martire e Tommaso d’Aquino, che è il teologo dell’Ordine, santificato dal 1323. In quello scorcio di Trecento, quando tutti volevano fuggire dal mondo e cercavano il deserto, Caterina richiama, con la stampella della voce di Dio, un dovere di militanza e di riflessione interiore.





