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Ci sono numeri di un supplemento culturale che si sfogliano come un catalogo, e altri che, quasi senza volerlo, compongono un discorso. Quello de «la Lettura» in edicola appartiene alla seconda specie. Cinque sezioni, cinque oggetti apparentemente lontani: un economista che si interroga sulla morale degli scambi, un filosofo che diventa enciclopedia, un romanziere americano che approda sulle sponde dell’Adriatico, l’arte antica che si scopre globale prima della globalizzazione, un concerto romano che non potremo più ascoltare dal vivo. Eppure, letti in fila, questi pezzi girano intorno alla stessa domanda: che cosa resta fuori dal calcolo, e perché è proprio quello che ci tiene insieme.
Si comincia con Alvin E. Roth, premio Nobel per l’economia, che da anni lavora su una zona d’ombra della sua disciplina: le transazioni che una società considera ripugnanti. Procreazione, alcol, fumo sono gli esempi che il titolo mette in fila, ma la questione è più ampia. Esistono scambi che potrebbero funzionare benissimo come mercati, con domanda, offerta e prezzo, e che tuttavia una comunità rifiuta, vieta o circonda di cautele. L’economista non liquida questo rifiuto come un pregiudizio da superare con l’efficienza; lo prende sul serio come un dato della realtà, un confine che dice qualcosa di come le persone intendono la dignità, il corpo, la salute. È un punto decisivo, perché rovescia la presunzione per cui tutto ciò che può essere scambiato debba esserlo. La morale non è un attrito esterno all’economia: ne disegna il perimetro, e chi progetta istituzioni senza tenerne conto finisce per produrre regole che nessuno rispetta.
Da qui il passaggio a Benedetto Croce è meno brusco di quanto sembri. Il pezzo di Cristina Taglietti racconta l’approdo di un lavoro che la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce di Napoli ha costruito negli ultimi anni, con convegni preparatori dedicati ai grandi nodi del suo pensiero e un progetto sostenuto anche dai fondi del Pnrr, concluso quest’estate: un’Enciclopedia crociana. Che il filosofo dei distinti, l’uomo che aveva separato con rigore l’arte, il concetto, l’utile e il bene, riceva ora una sistemazione enciclopedica è una piccola ironia della storia, perché Croce diffidava delle costruzioni che ordinano dall’esterno ciò che va compreso dall’interno. Ma è anche un atto di restituzione. Per decenni il suo nome è stato associato a un’egemonia da cui liberarsi, alla responsabilità di aver tenuto ai margini le scienze e le discipline sociali. Oggi lo si può rileggere senza devozione e senza rancore, come un pensatore che ha fatto della libertà una forma di vita morale prima ancora che un assetto politico, e che nel 1925 seppe dire di no quando dirlo costava. Proprio la distinzione tra l’utile e il morale, che Roth riscopre dentro l’economia, era uno dei suoi assi portanti: segno che certe intuizioni ritornano per vie traverse, anche quando i loro autori sono passati di moda.
Con Emanuele Trevi si cambia registro, e si entra nel romanzo. Thomas Pynchon, l’autore senza volto della narrativa americana, ha pubblicato a quasi novant’anni «Shadow Ticket», il suo primo libro dopo dodici anni di silenzio. La storia parte dalla Milwaukee del proibizionismo, con un investigatore mandato a riportare a casa l’ereditiera di un impero caseario, e scivola verso l’Europa degli anni Trenta, tra l’Ungheria e quella Fiume che fu teatro di una delle avventure più teatrali e inquietanti del Novecento italiano. È qui che le acrobazie di Pynchon sbarcano nell’Adriatico. Il romanzo è comico e insieme cupo, un vaudeville che lascia intravedere la marea montante dei fascismi; e la scelta di Fiume non è casuale, perché quella città contesa è un laboratorio in cui la politica si fece spettacolo prima di farsi violenza. Leggere Pynchon oggi significa riconoscere che il passato non è chiuso: ogni epoca porta con sé mondi alternativi, possibilità scartate che continuano a premere sul presente.
Lo sguardo di Stefano Bucci si sposta sull’arte antica, con una formula che vale come una tesi: globale, non globalizzata. È una distinzione preziosa. Il mondo antico conosceva scambi intensissimi di forme, materiali, simboli, che viaggiavano lungo le rotte del commercio e delle conquiste e si mescolavano senza annullarsi. Ciò che oggi chiamiamo globalizzazione tende invece all’uniformità, alla sostituzione delle differenze con un unico codice. Le opere antiche mostrano che si può essere connessi senza essere omologati, che la circolazione può arricchire le identità invece di dissolverle. È una lezione che riguarda anche chi governa i territori: aprirsi non vuol dire rinunciare a ciò che si è, ma metterlo in dialogo.
E infine la musica, con Helmut Failoni e Mauro Covacich. Il 6 novembre esce «Roma», la registrazione del concerto in solo che Keith Jarrett tenne alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica il 12 luglio 2016. È il quinto e ultimo capitolo della serie dedicata al suo tour europeo di quell’anno, dopo Budapest, Bordeaux, Monaco e Vienna; si chiude, come spesso accadeva, con due standard concessi come bis. Il titolo del servizio non ha bisogno di spiegazioni: sono suoni che non riavremo. Dopo i due ictus del 2018 Jarrett non è più tornato a suonare in pubblico, e ogni nuova pubblicazione di quel periodo assume il valore di un congedo. La sua improvvisazione era composizione nel momento, un rito che si consumava davanti al pubblico e che nessun mercato poteva replicare: il disco ne conserva la traccia, non l’evento.
Ecco allora il filo che lega le cinque sezioni. L’economista che riconosce i limiti morali dello scambio, il filosofo che aveva fatto della distinzione tra le forme dello spirito un argine contro le confusioni, il romanziere che ci ricorda quanto sia fragile il confine tra spettacolo e barbarie, l’arte antica che insegna a circolare senza appiattirsi, il pianista che consegnava all’irripetibile ciò che aveva di più prezioso. In un tempo che tende a misurare tutto, questo numero de «la Lettura» indica, forse senza dichiararlo, ciò che sfugge alla misura e che proprio per questo vale. Non è nostalgia: è la consapevolezza che una comunità si regge anche su ciò che decide di non mettere in vendita.





