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11 Ottobre 2026Dalla falsa profezia di Eco al terrore di TikTok: una settimana sul confine tra vero e verosimile
C’è un filo che lega le cose più disparate, se si ha la pazienza di guardarle da vicino. Questa settimana ha cominciato a tirarlo Tlon, su Substack, smontando una delle leggende più fortunate della rete: la Bustina di Minerva in cui Umberto Eco avrebbe “previsto ChatGPT”. Il testo gira da tempo, condiviso con l’entusiasmo di chi trova finalmente un oracolo autorevole per spiegare il presente. Solo che Eco quelle parole non le ha mai scritte. È un falso, confezionato con il tono giusto, la giusta dose di ironia colta, il giusto profumo di intelligenza. E qui sta il paradosso, che a Eco sarebbe piaciuto moltissimo: il falso su chi avrebbe anticipato le macchine capaci di produrre testi plausibili è esso stesso un testo plausibile, costruito per sembrare vero. Lo studioso che aveva dedicato una vita ai meccanismi della menzogna, ai documenti contraffatti che cambiano la storia, ai complotti nati da carte inventate, diventa vittima postuma dello stesso dispositivo. Non serve una macchina per produrre il verosimile: basta il nostro desiderio che il mondo abbia già un senso, che qualcuno l’abbia già capito per noi.
Da questo desiderio di confini chiari nasce anche la domanda che Dissonanze ha posto il giorno dopo: che cos’è un animale? Sembra una domanda da manuale scolastico e invece è una delle più instabili che possiamo farci. Per secoli abbiamo definito l’animale per sottrazione, come ciò che manca di qualcosa che noi avremmo: linguaggio, coscienza, anima, ragione. Ma ogni volta che la ricerca ha osservato meglio, quella linea si è spostata, e ciò che sembrava proprietà esclusiva dell’umano si è rivelato distribuito, graduale, condiviso. Molte culture fuori dall’Europa, del resto, non hanno mai tracciato quel confine con la stessa nettezza: l’animale come parente, come persona di un’altra specie, come presenza con cui si tratta e non solo cosa che si possiede. È interessante che questa domanda torni proprio mentre ci interroghiamo sulle macchine che parlano. Il confine dell’umano viene oggi assediato da due lati, da sotto e da sopra, e forse la lezione è che non è mai stato un muro ma una soglia.
Poi, il 7 ottobre, Wikiradio ha ricordato Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca nell’androne di casa esattamente vent’anni fa, nel giorno del compleanno di Putin. Qui il rapporto tra vero e falso smette di essere un gioco intellettuale e diventa questione di vita e di morte. Politkovskaja raccontava la Cecenia, le torture, le sparizioni, la guerra che il potere chiamava operazione antiterrorismo. Il suo lavoro era esattamente l’opposto del verosimile: la fatica di andare a vedere, di raccogliere testimonianze, di nominare i responsabili. Per questo è stata uccisa. Vent’anni dopo, mentre il vero si fabbrica e si smonta con un clic, la sua figura ricorda che la verità non è un’opinione più documentata delle altre, ma qualcosa che qualcuno paga di persona.
Lo stesso prezzo lo conosceva Marina Cvetaeva, nata l’8 ottobre del 1892, di cui Pangea ha scritto come del poeta paria e pari a Dio. In quella formula c’è tutta la sua condizione: esule, povera, sospetta a destra e a sinistra, rifiutata dall’emigrazione russa perché troppo sovietica e dalla patria perché troppo libera, e tuttavia consapevole di un’altezza della parola che non chiedeva permesso a nessuno. Il poeta come paria è colui che non appartiene a nessuna chiesa e proprio per questo vede. La sua fine, nel 1941, in un villaggio sperduto della Tataria, dopo il ritorno in un’Unione Sovietica che le aveva arrestato il marito e la figlia, è una delle pagine più dure del Novecento. Cvetaeva e Politkovskaja, a distanza di decenni, sembrano parlarsi: due donne che hanno rifiutato di dire ciò che il potere voleva sentire.
E poi c’è la paura di oggi, quella che The Bunker ha esplorato entrando nei nuovi horror di TikTok. Brevi video, finti ritrovamenti, presunte registrazioni, storie raccontate in prima persona con la grana sgranata del documento autentico. È lo stesso meccanismo del falso Eco, rovesciato in chiave di brivido: il verosimile che si spaccia per testimonianza. Il genere horror ha sempre giocato con questo confine, ma la piattaforma lo esaspera, perché tutto vi scorre con lo stesso statuto, la notizia e la finzione, la confessione e la recita. Ciò che spaventa davvero, forse, non è il mostro nel corridoio, ma il non sapere più distinguere il corridoio vero da quello messo in scena.
Fuori dai nostri confini, la settimana ha offerto altri segnali. A Sarajevo si è aperta la sessantaseiesima edizione del MESS, uno dei festival teatrali più antichi d’Europa, che ha continuato a esistere perfino sotto l’assedio degli anni Novanta, quando fare teatro era un atto di resistenza e la scena era uno dei pochi luoghi in cui la città poteva ancora riconoscersi. Le Club de Mediapart ha raccontato lo scrittore haitiano Thélyson Orélien come ostaggio di un’epoca di paura: un intellettuale stretto tra la violenza delle bande, il collasso delle istituzioni e la difficoltà di continuare a scrivere quando il proprio paese brucia. E da Singapore arriva la notizia di uno dei migliori festival musicali gratuiti della città, con quaranta artisti da quindici paesi: una piccola, ostinata smentita all’idea che la cultura debba essere un lusso o un recinto.
Rimettendo insieme questi frammenti, l’impressione è che la settimana abbia posto sempre la stessa domanda in forme diverse: dove passa il confine? Tra il vero e il falso, tra l’umano e l’animale, tra la parola libera e quella addomesticata, tra la paura reale e quella fabbricata. Le risposte facili, le profezie attribuite ai grandi, le definizioni rassicuranti, servono a non pensare. Chi ha pagato per pensare, come Politkovskaja e Cvetaeva





