
Bill Withers – Ain’t No Sunshine
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1 Marzo 2026Mentre nel mondo si aprono nuovi fronti di guerra e le tensioni attorno all’Iran riportano il Medio Oriente al centro della crisi internazionale, in Italia si è chiusa la 76ª edizione del Festival di Sanremo. Due immagini che convivono nello stesso tempo storico e che, messe una accanto all’altra, raccontano molto del nostro presente.
Il Festival si è concluso con la vittoria di Sal Da Vinci con la canzone Per sempre sì, davanti al giovane Sayf e a Ditonellapiaga. Una finale combattuta fino all’ultimo voto, con percentuali molto vicine tra i primi classificati e un televoto che ha deciso tutto negli ultimi minuti.
Eppure la vera immagine di questa edizione non è soltanto la gara musicale. È il contrasto tra ciò che accadeva dentro il teatro Ariston e ciò che accadeva fuori dal perimetro dello spettacolo. La serata finale si è aperta con un riferimento esplicito alla situazione internazionale e ai bambini che vivono nelle zone di guerra, un richiamo alla realtà che irrompe dentro la festa.
Questo contrasto non è nuovo. Il Festival è andato in onda anche durante altre grandi crisi internazionali e ogni volta torna la stessa domanda: che senso ha la leggerezza dell’intrattenimento mentre arrivano notizie di bombardamenti, morti e tensioni globali?
La risposta, in fondo, è sempre la stessa e non è mai del tutto convincente. Lo spettacolo continua. La musica prova a dire qualcosa, qualche artista inserisce una frase contro la guerra o una dedica alle vittime, ma la macchina del Festival non può fermarsi.
Così, mentre i telegiornali parlano di attacchi, ritorsioni e nuovi equilibri militari, l’Italia discute di classifiche, televoti e ritornelli.
È qui che nasce l’immagine più potente di questa settimana: quella dell’orchestrina del Titanic. Non perché la musica sia inutile o sbagliata. Ma perché il contrasto tra la tragedia della storia e la leggerezza dello spettacolo diventa quasi irreale.
Da una parte la guerra che torna a occupare il centro della scena mondiale.
Dall’altra un Paese che, per qualche sera, preferisce cantare.
E forse proprio questo dice qualcosa di noi: quando la storia diventa troppo pesante, cerchiamo rifugio nella musica. Anche se, nel frattempo, il mondo continua a cambiare direzione.





