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23 Settembre 2026Deficit al 3,1%: l’Italia resta sotto procedura europea e il governo si ritrova senza margini per la manovra
Il numero è piccolo, ma pesa come un macigno. L’Istat certifica che nel 2025 il deficit italiano si è fermato al 3,1% del Pil, un decimale sopra la soglia che avrebbe consentito al Paese di uscire in anticipo dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Quel decimale basta a cambiare lo scenario politico dell’autunno: il rientro slitta almeno al 2027, i vincoli di Bruxelles restano intatti e la legge di bilancio, che il governo immaginava come la manovra della ritrovata libertà, torna a essere un esercizio di equilibrio su un filo sottile.
Il paradosso è che la stessa revisione statistica porta anche una notizia positiva. La crescita del 2025 viene corretta al rialzo, a +0,6%. Non è molto, ma è più di quanto si stimasse. Eppure l’economia che cresce un po’ di più non basta a chiudere i conti, perché il disavanzo resta ancorato a una spesa rigida e a entrate che, pur salite a livelli record, non riescono a coprire il fabbisogno. È qui che si coglie la natura della trappola: la pressione fiscale ha toccato il suo massimo, le famiglie e le imprese pagano come mai prima, e tuttavia lo Stato non riesce a scendere sotto il 3%. Il messaggio implicito è che il problema non sta nel gettito, ma nella struttura della spesa e nel costo delle scelte fatte negli ultimi anni.
Le reazioni della maggioranza raccontano più delle cifre. La presidente del Consiglio si è detta rammaricata, il ministro dell’Economia si è limitato a prendere atto, con la sobrietà di chi conosce i numeri da tempo. Ma da Palazzo Chigi è partito anche un attacco all’Istat, come se l’istituto avesse la responsabilità del risultato che misura. È un riflesso pericoloso. La statistica pubblica è uno dei presidi su cui si regge una democrazia: garantisce che il dibattito si svolga su una base di fatti condivisi. Mettere in dubbio il termometro quando segna febbre non abbassa la temperatura, erode la fiducia nelle istituzioni che dovrebbero restare al di sopra della contesa politica.
Dentro la coalizione, intanto, si aprono le crepe. La Lega chiede un maxi-scostamento di bilancio, cioè più deficit per finanziare le promesse, dalla flat tax ai bonus. Forza Italia frena e invoca più equilibrio, consapevole che un’Italia ancora sotto procedura non può permettersi di sfidare apertamente i mercati e la Commissione. La manovra, già complessa, si complica ulteriormente. Il governo dovrà trattare con Bruxelles sulla flessibilità per la difesa e per l’energia, le due voci su cui l’Europa ha concesso margini nuovi, ma lo farà da una posizione più debole, e con ogni probabilità sarà costretto a procedere con maggiore cautela di quanto avesse annunciato.
Sullo sfondo resta la questione che nessuna legge di bilancio affronta davvero. Le stesse proiezioni che accompagnano i conti pubblici dicono che l’età della pensione salirà a 67 anni e 8 mesi nel 2031 e che per l’uscita anticipata serviranno 44 anni e 6 mesi di contributi. È il segno di un Paese che invecchia e che scarica sulla durata della vita lavorativa il peso di un sistema che non riesce a riformare altrimenti. Mentre la politica discute di bonus e di scostamenti, i cittadini lavoreranno più a lungo e pagheranno più tasse, senza che questo basti a rimettere in ordine i conti.
Il decimale certificato dall’Istat diventa così una fotografia impietosa. Mostra un governo che aveva costruito la propria narrazione sulla stabilità e sulla credibilità ritrovata, e che ora deve spiegare perché, con le entrate al massimo storico, l’Italia resta tra i sorvegliati speciali d’Europa. La vera sfida dei prossimi mesi non sarà trovare risorse per le promesse elettorali, ma decidere se continuare a rinviare le scelte strutturali o avere finalmente il coraggio di affrontarle.





