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23 Settembre 2026Ragazzini adescati in rete e spinti alla violenza: l’estremismo nichilista che l’Italia non ha ancora imparato a riconoscere
Trescore Balneario, Pescara, San Vito Lo Capo, un quindicenne italiano fermato a Malta, e da ultimo Roma. Nel giro di un anno una serie di episodi di violenza nelle scuole, con protagonisti ragazzi tra i dodici e i diciassette anni, ha fatto emergere un fenomeno che gli analisti del terrorismo chiamano estremismo violento nichilista. Non c’è una bandiera, non c’è una fede, non c’è un programma politico. C’è una misantropia diffusa, un odio generico verso la società, e soprattutto un ecosistema digitale che trasforma la violenza in un linguaggio, un’estetica, una forma di riconoscimento.
Il meccanismo è ormai documentato. Reti decentrate, che si ritrovano su piattaforme di messaggistica e server di chat, vanno a cercare minori fragili: ragazzi già segnati da disturbi alimentari, autolesionismo, solitudine. Li agganciano nei videogiochi più frequentati dai bambini o nei flussi dei social, fingendosi coetanei, regalando piccoli beni virtuali, costruendo un’amicizia o una falsa relazione sentimentale. Poi li spostano altrove, in spazi chiusi. Lì comincia il ricatto: un’immagine intima o una confessione diventano leva per chiedere prove sempre più estreme, dall’autolesionismo alla violenza contro altri. Il materiale estorto viene archiviato, catalogato, e diventa moneta per salire nella gerarchia del gruppo. Chi prova a uscirne viene minacciato di esposizione pubblica, inondato di contenuti illegali, fatto oggetto di false segnalazioni alla polizia.
Accanto a questo circuito estorsivo si muove un’altra sottocultura, quella che celebra gli autori delle stragi come idoli. Sulle piattaforme di video brevi circolano montaggi con musiche ricorrenti e immagini ripetute che rendono i carnefici figure quasi tenere, eroiche. Si è formata una vera semiotica della violenza, fatta di simboli, sigle numeriche, frasi scritte sulle dita, sulle scarpe, sui caschi. Il ragazzino che scrive “nessuna vita conta, tranne la mia” non ha inventato quella frase: l’ha assorbita da un ambiente preciso. I marchi del vecchio terrorismo neonazista vengono presi in prestito non per convinzione dottrinale, ma come capitale simbolico da esibire.
Le istituzioni europee se ne sono accorte. L’ultimo rapporto annuale sulla minaccia terroristica nell’Unione segnala la crescita dei giovanissimi coinvolti e la loro conoscenza solo superficiale delle ideologie tradizionali, sostituite da un miscuglio instabile e contraddittorio. Tra giugno e luglio un’azione coordinata tra dieci Stati membri ha portato alla segnalazione di oltre quattromila indirizzi riconducibili a una sola di queste reti. Negli Stati Uniti il fenomeno viene ormai trattato come terrorismo a tutti gli effetti, e ogni volta che un capo viene arrestato altri ne prendono il posto. Ci sono segnali inquietanti di un’evoluzione: alcune frange si stanno dando una struttura più verticale, diffondono manuali, promettono compensi a chi agisce.
L’Italia, invece, rincorre. Manca una definizione operativa del fenomeno, manca un monitoraggio dedicato, manca perfino una raccolta statistica. Così episodi collegati tra loro continuano a essere letti come casi isolati, cronaca locale, disagio individuale. E il nostro ordinamento fatica a riconoscere la doppia condizione di questi ragazzi, che arrivano davanti al giudice come autori ma sono, quasi sempre, anche vittime di adescamento.
Le strade possibili sono note. Obbligare le piattaforme alla trasparenza sui flussi di contenuti e aprire i dati a ricercatori e autorità, perché oggi l’unico modo per capire cosa vedono i ragazzini è infiltrarsi con profili falsi. Formare insegnanti e famiglie a leggere i segnali: l’isolamento notturno con il telefono, i regali da sconosciuti, i tagli, il cibo rifiutato, l’ossessione per il corpo, un lessico nuovo. Pensare una campagna nazionale che parli a chi è dentro e ha paura di uscire, con un canale scritto più che una voce al telefono. E soprattutto restituire spazi reali, luoghi terzi tra casa e scuola, sport, passioni, relazioni in carne e ossa.
Perché il nodo, alla fine, è una generazione che ha vissuto gli anni decisivi dell’infanzia dietro uno schermo durante la pandemia, e che ha imparato che la vita può restare lì. Ragazzi soli, esposti, spesso incapaci di riconoscere l’altro. Non è una questione di ordine pubblico soltanto: è una domanda che riguarda la comunità intera e la sua capacità di esserci.





