
Mps-Intesa, la partita è decisa: ora Siena deve farsi mettere per iscritto le promesse di Messina
5 Ottobre 2026
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5 Ottobre 2026Delfin sceglie Intesa: l’assemblea del 29 ottobre diventa il referendum che Lovaglio voleva evitare
di Pierluigi Piccini
Alle 21,51 di domenica una nota di Ca’ de Sass ha chiuso, o quasi, una partita che si giocava da giugno. Delfin, la holding lussemburghese degli eredi Del Vecchio, si è impegnata a portare in adesione all’offerta di Intesa Sanpaolo l’intero 17,6 per cento del Monte dei Paschi e a votare, nell’assemblea del 29 ottobre, in modo coerente con le condizioni dell’Opas. Tradotto: voterà contro le offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali con cui Luigi Lovaglio contava di tenere in vita un’alternativa.
La sequenza dice più del risultato. Sabato Carlo Messina ha alzato di 25 centesimi la parte in denaro, ma ha legato il rilancio a una condizione secca: se i soci approveranno anche uno solo dei punti difensivi all’ordine del giorno, l’offerta decade. È un ultimatum con la carota in mano. Lovaglio aveva costruito la sua strategia sull’idea che l’assemblea non fosse un referendum, ma un passaggio per tenere aperte le opzioni e fare pressione sul prezzo, rinviando la scelta vera a novembre e dicembre. Messina ha fatto l’esatto contrario: ha anticipato la scelta, l’ha resa binaria e l’ha fissata al 29 ottobre. Delfin ha risposto in meno di ventiquattro ore.
Le ragioni degli eredi non hanno nulla di misterioso. Da un lato il contante subito, dall’altro circa il 4 per cento di Intesa come effetto del concambio, una posizione più liquida e più spendibile di una quota in una banca che, con il piano Lovaglio, sarebbe diventata un aggregato tutto da digerire. È un calcolo patrimoniale legittimo per una holding. Ma va chiamato con il suo nome: il destino della banca più antica del mondo è stato deciso da un consiglio riunito una domenica pomeriggio per armonizzare le preferenze di otto eredi. Siena non era nella stanza.
Qui sta il punto che in città si fatica ad accettare. Comune, Provincia e Regione hanno scritto alla Commissione europea, e quella lettera resta agli atti come una posizione dignitosa. Ma nessuna istituzione senese possiede un’azione che pesi in assemblea. L’assetto nato negli anni Novanta, con la Fondazione a fare da cerniera tra città e banca, presupponeva che quella cerniera esistesse. Dopo il disastro e la ricapitalizzazione pubblica non c’è più: restano il nome, Rocca Salimbeni, la memoria. Il capitale è altrove, ed è il capitale che vota.
Ora tocca a Caltagirone, che ha oltre il 10 per cento e con Intesa rapporti cordiali, e ai fondi, circa il 45 per cento del capitale, in buona parte azionisti di entrambe le banche. Per far passare le sue offerte Lovaglio avrebbe bisogno dei due terzi dei voti presenti in sede straordinaria: con Delfin dall’altra parte, l’aritmetica diventa proibitiva. Restano l’istruttoria dell’Antitrust e la nota capacità del banchiere di Potenza di cavarsela nelle situazioni difficili. Ma la partita ha cambiato natura.
La domanda che Siena deve porsi da oggi non è più chi vincerà, ma che cosa chiedere a chi ha già vinto. Il polo tecnologico promesso da Ca’ de Sass, la tenuta delle strutture centrali, l’occupazione qualificata sono impegni da scrivere e rendere verificabili prima che l’Opas si chiuda, non dopo. Perché dopo, come insegna la storia recente del Monte, le promesse fatte alla città si sciolgono con la stessa rapidità con cui si è riunito il consiglio di Delfin.





