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Il mondo sta trattando mentre si arma. Questa è l’immagine più nitida che arriva dalle notizie di queste ore: diplomazia e pressione militare avanzano insieme, senza più alternarsi.
A Ginevra si apre il confronto tra Stati Uniti d’America e Iran sul dossier nucleare. Washington impone nuove sanzioni alla vigilia dei colloqui; Teheran risponde parlando di “diplomazia onorevole” e accusando l’amministrazione americana di diffondere “grandi bugie”. Intorno al tavolo si muove una coreografia ormai nota: pressione massima prima del negoziato, rafforzamento militare come leva, retorica interna per non apparire deboli. Ma la strategia della brinkmanship – spingersi sull’orlo del conflitto per ottenere concessioni – ha un limite strutturale: più si alza la tensione, più cresce il rischio di errore di calcolo.
Non è un caso che, sempre a Ginevra, si aprano colloqui tra Stati Uniti d’America e Ucraina mentre la guerra con Russia continua sul campo. La diplomazia procede in parallelo ai bombardamenti. È la normalizzazione del conflitto come sfondo permanente del dialogo. In questo quadro si inserisce la mossa del premier ungherese Viktor Orbán, che schiera truppe a difesa di siti energetici evocando minacce ucraine: un segnale politico che accentua la frattura interna all’Unione europea.
Lo scenario si allarga ai Caraibi. Cuba vive una fase di forte tensione, tra infiltrazioni armate sventate e crisi energetica. Da Mosca arriva l’ipotesi di forniture di carburante per sostenere l’isola; intanto Washington blocca la possibilità per il Venezuela di pagare le spese legali del presidente Nicolás Maduro. Le sanzioni restano lo strumento cardine della politica estera americana, mentre la Russia prova a consolidare una rete di sostegno ai Paesi sotto pressione occidentale.
In Medio Oriente, la decisione degli Stati Uniti di offrire servizi consolari in un insediamento della Cisgiordania aggiunge un tassello delicato. Per molti palestinesi è un passo verso la normalizzazione degli insediamenti; per il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar è una scelta “importante”. Intanto la Knesset attenua temporaneamente un disegno di legge sulla pena di morte obbligatoria per terroristi. Sicurezza, legittimazione internazionale e diritti civili si intrecciano in un equilibrio instabile, mentre un rapporto del Committee to Protect Journalists segnala un numero altissimo di giornalisti uccisi nel conflitto.
Negli Stati Uniti, il caso Jeffrey Epstein continua a proiettare ombre sulla politica e sull’élite economica. Il Bill Gates si scusa pubblicamente per i legami passati, mentre emergono lacune documentali che sfiorano anche l’ex presidente Donald Trump. Sono segnali di una fragilità interna che pesa inevitabilmente sulla credibilità esterna di Washington.
Infine l’Europa. Il cancelliere Friedrich Merz cerca maggiore cooperazione con Xi Jinping, in un equilibrio complesso tra autonomia strategica e dipendenza economica. E Lufthansa, nel celebrare il proprio centenario, riconosce ufficialmente il passato nazista: un gesto che ricorda come la memoria storica resti parte integrante della costruzione europea.
Non siamo di fronte a una guerra globale dichiarata, ma a una fase di negoziazione permanente sotto minaccia. Ogni tavolo diplomatico è accompagnato da sanzioni, schieramenti militari, mosse simboliche e battaglie narrative. La pace non è più l’alternativa alla forza: è diventata uno dei suoi strumenti. Ed è proprio per questo che la soglia dell’errore, oggi, è più sottile che mai.





