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30 Ottobre 2026Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo: la salute viene prima dell’impresa, ora serve un piano per Taranto
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno respinto tutti i ricorsi di Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto il fermo dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. È una sentenza di settanta pagine che chiude un percorso giudiziario lungo e tormentato, nato dall’azione dei Genitori Tarantini, e che fissa un principio destinato a pesare ben oltre il caso dell’acciaieria.
Il cuore del ragionamento sta nell’articolo 41 della Costituzione, che riconosce la libertà di iniziativa economica ma stabilisce che non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o recando danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. La Corte compie però un passaggio più sottile e più importante. Dice che il diritto alla salute e il diritto al lavoro non vanno contrapposti, perché il lavoro che lo Stato deve promuovere è un lavoro salubre e sicuro; un lavoro svolto in condizioni pericolose non merita nemmeno tutela. A confliggere con la salute non è dunque il lavoro, ma l’attività d’impresa quando oltrepassa i limiti che la Costituzione le assegna.
È un rovesciamento della retorica che per anni ha accompagnato Taranto, quella del ricatto tra posto e vita, tra salario e respiro. La Cassazione chiarisce anche un punto di giurisdizione: i cittadini non chiedevano di annullare l’autorizzazione ambientale, ma di inibire una condotta privata dannosa per la loro salute, e trattandosi di un diritto soggettivo costituzionalmente protetto la competenza è del giudice ordinario. Il tribunale ha potuto disapplicare l’autorizzazione con effetti limitati alle parti, senza invadere il campo amministrativo. In sostanza, le persone possono difendersi davanti a un giudice anche quando un atto pubblico ha autorizzato l’attività che le danneggia.
La sentenza, tuttavia, non risolve la questione occupazionale, e sarebbe ingenuo pensarlo. Palazzo Chigi ha detto che il contenuto va approfondito e che il percorso si complica ulteriormente. Il presidente della Puglia Antonio Decaro chiede un piano industriale immediato, perché i lavoratori dello stabilimento e dell’indotto non paghino anni di ritardi di cui non hanno colpa. I sindacati metalmeccanici chiedono al governo scelte rapide. Hanno ragione tutti, ed è proprio questo il problema: la politica ha lasciato per oltre un decennio che fossero i tribunali a supplire a decisioni che spettavano ad altri.
Il principio stabilito dalla Corte vale per ogni territorio che ospita grandi impianti produttivi. Lo sviluppo non è un fine superiore alla vita e alla dignità delle persone, ma nemmeno può essere abbandonato in nome di quel principio. La strada è quella più difficile: costruire produzioni compatibili con la salute, investire in tecnologie che riducano l’impatto, accompagnare i lavoratori nella transizione con risorse e tempi certi. A Taranto adesso non servono altri decreti tampone, ma un progetto industriale credibile, capace di tenere insieme ciò che la Cassazione ha detto non dover mai essere separato.





