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C’è un dato che riassume più di ogni dichiarazione il conflitto aperto dalla legge di bilancio: le Regioni avevano chiesto 6,8 miliardi aggiuntivi per il Servizio sanitario nazionale, il governo ne ha stanziati 2,4. Non era una richiesta di parte. L’avevano firmata tutti i presidenti, compresi i quindici del centrodestra, e l’aveva sostenuta lo stesso ministro della Salute. La Conferenza delle Regioni aveva fatto un calcolo tecnico, mettendo insieme i rinnovi contrattuali di medici e infermieri, l’aumento dei costi energetici che pesa sugli ospedali, la spesa per i farmaci innovativi, l’inflazione. Il risultato è stato dimezzato, anzi ridotto a poco più di un terzo.
Il governo risponde che il finanziamento cresce in valore assoluto. È un argomento che regge solo in apparenza. Se si rinnovano i contratti, come è doveroso, la spesa sale per forza; ma questo non significa che aumenti il potere d’acquisto del sistema, cioè la sua capacità di fare visite, esami, interventi, di tenere aperti i reparti e i presìdi. È la differenza tra il bilancio contabile e il servizio reale che arriva al cittadino.
A rendere più evidente la questione è la composizione della manovra. Accanto ai fondi insufficienti compare un bonus da 300 euro per gli over 75 con pensione fino a 28 mila euro, destinato alle spese sanitarie non coperte dal servizio pubblico, che costa 1,6 miliardi. Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale lo ha definito la misura più pericolosa, perché spinge verso il privato e crea un precedente. Sommandolo all’abolizione del bollo auto, osserva, si ottiene una cifra vicina alla differenza tra quanto chiesto e quanto concesso. La scelta, dunque, non è stata imposta dalla mancanza di risorse: è stata una scelta di priorità.
Qui sta il punto politico, che va oltre la contrapposizione tra maggioranza e opposizione. Un sistema universalistico si regge su un equilibrio fragile: se il pubblico arretra e lo Stato finanzia, sia pure indirettamente, l’uscita verso il privato, chi può pagare si cura e chi non può aspetta. Le liste d’attesa si allungano, la mobilità sanitaria cresce, e c’è chi deve percorrere centinaia di chilometri per una prestazione. Le prime a soffrire sono le aree interne e montane, dove un presidio che chiude non viene sostituito da nulla e dove la popolazione anziana è più numerosa.
L’appello unitario delle Regioni ha il merito di riportare la discussione sul terreno dell’amministrazione. Chi governa un territorio conosce il costo di un reparto, di un turno, di una bolletta ospedaliera; sa che i bonus si esauriscono in un anno mentre un servizio va garantito nel tempo. Il passaggio parlamentare sarà la prova: o si ricostruisce un finanziamento coerente con i bisogni, oppure la Conferenza delle Regioni, come ha ammesso lo stesso de Pascale, finirà per diventare parte del problema anziché della soluzione.





