
Piancastagnaio. Il Crastatone è tornato!
29 Ottobre 2026Il comò
La finestrella sulla cartoleria di via Salaria
Pierluigi Piccini
Ho sempre avuto un debole per l’espressione francese rez-de-chaussée, il piano all’altezza della strada. Noi diciamo piano di calpestio, che è più brutto ma più onesto: è il piano dove la gente cammina. Nell’ascensore è lo zero. Per chi abita al quinto lo zero è il fondo, il punto da cui si esce. Per me, che abitavo al meno uno, era un piano da conquistare salendo, e lo dico senza retorica: quando ci arrivavo cominciava il mondo. Un mondo fatto di un cortile, di un garage e di un isolato. Giù da via di Villa Albani, via Savoia, a destra in via Salaria, davanti all’ottica Romani, e di nuovo a casa. Oggi so che è un giro da pochi minuti. So anche che saperlo non serve a niente: allora era un regno, e resta un regno.
In fondo al cortile c’era un giardino che nessuno curava. Qualche gradino, il mezzanino, degli agrumi i cui frutti non si mangiavano. Questo, da bambino, mi sembrava uno scandalo: un albero che fa arance e le arance non servono. C’era una palma, c’erano sentieri mangiati dall’erba, e in fondo, a destra, un casottino con una finestrina.
La finestrina dava sul retro di una cartolibreria di via Salaria. Accanto c’era un cancello di ferro battuto nero, e dietro il cancello abitava il nipote di Paolo VI. Lo vedevo, ogni tanto. Ma lo conoscevo meglio di quanto lui potesse immaginare, perché mia madre gli stirava le camicie. Ecco una cosa che capisco solo ora, scrivendo: noi quelli di sopra li conoscevamo così, dalla biancheria. Dai colletti, dai polsini, da quello che scendeva sporco e risaliva pulito, piegato, senza portarsi dietro nessuna traccia di chi l’aveva toccato. Loro sapevano poco di noi. Noi sapevamo come sudavano.
Dall’altra parte del cancello c’era una farmacia, preziosissima, dove andavo spesso con mia madre, o con mio fratello. Mio fratello in quegli anni non mi sopportava, e aveva le sue ragioni: cinque anni da figlio unico, e poi arriva uno che nessuno gli ha chiesto e si prende metà dello spazio. Lui leggerà queste righe, come legge tutte quelle sulla nostra famiglia. Mi correggerà, spero. È uno dei pochi testimoni rimasti, e un testimone che ti contraddice vale più di dieci che ti danno ragione.
A scavalcare la finestrella mi aiutava Antonello. Antonello Puccini, ultimo piano del palazzo accanto al “mio”. Scrivendo il suo nome mi accorgo, e confesso che la cosa mi turba un po’, che Piccini e Puccini sono separati da una vocale. Una i e una u. In mezzo, sei o sette piani. Un romanziere che si permettesse una coincidenza del genere verrebbe accusato di pigrizia. Io non me la sono permessa, me la sono trovata.
Il giorno della mia prima comunione Antonello mi regalò il libro Cuore, con una dedica. Il libro è qui, nella libreria che circonda il mio letto. Potrei aprirlo e ricopiare la dedica. Non lo faccio. Ho il sospetto che sia banale, come lo sono le dediche dei bambini, e preferisco tenermi il sospetto. Il regalo comunque era perfetto, e quasi certamente non l’aveva scelto lui ma i genitori, quelli con i guanti bianchi, come le custodi della scuola di via Tevere. Il padre aveva una Giulia, bellissima. Sarebbe comodo far partire da lì la mia passione per le macchine. È il tipo di origine che chi scrive di sé si costruisce volentieri. Lascio la frase, ma senza garanzie.
Torno alla finestrella. Antonello si piegava, io salivo sulla sua schiena e mi buttavo dentro. Lui restava fuori. Il figlio dell’ultimo piano fa da scalino al figlio del meno uno: il simbolo è lì, pronto, quasi imbarazzante. Ma per onestà devo dire che noi non ci vedevamo nessun simbolo. Lui era più robusto, io più leggero. Passava il più leggero.
Dentro c’era il profumo. Carta, matite, gomme, quaderni ancora chiusi. L’ho inseguito tutta la vita. Entro ancora nelle cartolerie e compro cose inutili, e so perfettamente che non sto comprando una penna, sto comprando dieci minuti di quel retrobottega.
Non toccavo niente. Di questo sono sicuro, ed è il dettaglio su cui torno più spesso. Nessuno mi vedeva. Avrei potuto prendere una gomma, una matita. Non lo facevo, e non credo che fosse onestà, o non solo. Mi bastava esserci. Respirare un posto che non era mio e uscirne senza lasciare segni: è una cosa che chi cresce al meno uno impara presto, e nessuno gliela insegna.
Poi riscavalcavo. Antonello era fuori ad aspettarmi. E io ero soddisfatto, di una soddisfazione che non sapevo nominare e che, quando entro in una cartoleria, riconosco ancora.





