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2 Novembre 2026“Forse un mattino” di Montale: la poesia che amo di più, e il sospetto di amarla per le ragioni sbagliate
Il comò
“Forse un mattino” di Montale: la poesia che amo di più, e il sospetto di amarla per le ragioni sbagliate
Pierluigi Piccini
Questo pezzo ne ha avuto un altro prima, e l’ho buttato. Era pieno di filosofi, di citazioni, di cose che con ogni probabilità erano giuste, e quando l’ho riletto mi sono accorto che dentro non c’ero io ma un signore che sa molte cose e ci tiene, in modo abbastanza visibile, a farlo sapere. Lo conosco bene, quel signore. Ci ho passato insieme tutta la vita e non posso dire che sia sempre la mia compagnia preferita.
Ricomincio, quindi, da una cosa di cui mi sono accorto per caso. Oggi è il due novembre, il giorno dei morti. Non l’avevo previsto, l’ho visto guardando la data in alto sul foglio, e la prima cosa che ho pensato, lo confesso, è che fosse un bell’attacco per un articolo. La seconda, un attimo dopo, è stata meno brillante e più vera: che se proprio stamattina mi era venuta voglia di scrivere di questa poesia, forse un motivo c’era, anche se non l’avevo cercato.
La poesia è Forse un mattino andando in un’aria di vetro, di Montale. Otto versi, e quello che raccontano sta in due righe: un uomo cammina, si volta all’improvviso e vede che dietro di lui non c’è niente; poi il mondo si rimette insieme in fretta, alberi case colli, come su uno schermo, e lui riprende a camminare in mezzo agli altri, quelli che non si voltano, senza dire niente, con il suo segreto. Non ricordo quando l’ho letta la prima volta. Mi piacerebbe avere una scena da offrire, un banco di scuola, un professore, un pomeriggio in cui qualcosa si accende, e sospetto che uno scrittore più spregiudicato di me se la inventerebbe senza troppi scrupoli. Io non ce l’ho. So soltanto che a un certo punto la sapevo a memoria, senza ricordare di averla imparata, e che da allora non me ne sono più liberato.
Mio padre è morto quando avevo dodici anni. Ho scritto questa frase e sono rimasto un po’ a guardarla, perché so dove mi porterebbe se la lasciassi correre. Mi porterebbe a raccontare che quel giorno ho visto il nulla alle mie spalle, che la mattina dopo il mondo si è rimesso in piedi con una puntualità quasi offensiva, i negozi aperti, gli autobus pieni, la gente che andava al lavoro, e che io camminavo tra gli altri ragazzi con dentro una cosa a cui non sapevo dare un nome. Credo che sia vero. Quello che non è vero, e che sarei tentato di lasciarvi credere, è che allora pensassi a Montale. Non sapevo nemmeno chi fosse. Il legame tra quella mattina e quei versi l’ho stabilito molti anni dopo, e adesso, scrivendolo, mi domando se non l’abbia fatto anche per dare una forma bella a qualcosa che bello non era per niente. Ero un ragazzino che non sapeva a chi dirlo, e che alla fine non l’ha detto a nessuno. Quando ho trovato quella poesia, credo semplicemente di aver avuto l’impressione che qualcuno l’avesse detto al posto mio.
Da allora me la porto dietro come si porta una fotografia nel portafoglio: non la guardi quasi mai, ma sai che c’è. Torna in momenti che non saprei prevedere. Certe mattine molto limpide, quando l’aria è davvero di vetro e le cose sembrano un po’ troppo nitide per essere del tutto vere. Certe sere, rientrando in una casa vuota. I giorni in cui qualcuno se n’è andato e il giorno dopo il mondo si comporta come se niente fosse. Mi è anche capitato, e lo scrivo con un certo imbarazzo, di girare la testa di scatto, come fanno i bambini quando sperano di sorprendere qualcuno alle spalle. Non l’ho mai raccontato. Mi sembrava una di quelle cose che non si dicono, e mi accorgo che anche adesso ho una certa voglia di cancellare questa frase. La lascio.
Mi sono chiesto a lungo che cosa sia questo segreto. Per molti anni ho pensato che fosse il vuoto, quello che il poeta ha visto. Poi mi sono reso conto che non poteva essere così, perché Montale ce lo dice, lo scrive nero su bianco, e un segreto pubblicato in un libro di poesie non è più un gran segreto. Quello che penso adesso è che il segreto non sia ciò che ha visto ma il fatto di averlo visto, che è un’altra cosa. Lo puoi raccontare, come sto cercando di fare io, e chi ti ascolta annuisce, magari capisce anche, ma resta dov’era; tu invece sei già un poco spostato, anche se continui a fare quello che facevi prima, a salutare le stesse persone, a sederti agli stessi tavoli, e nessuno se ne accorge. Quello zitto l’ho letto per anni come pudore. Oggi mi sembra quasi una gentilezza. Non si ferma chi ci cammina accanto per dirgli che un attimo fa, dietro di lui, non c’era niente.
Resta la parola miracolo, che per anni mi ha dato fastidio senza che capissi bene perché. Il nulla alle spalle, dice Montale, è un miracolo. L’ho presa a lungo per un’ironia. Adesso mi accorgo che quello che mi commuove, in questi versi, non è il vuoto ma il momento subito dopo, quando gli alberi e le case e i colli tornano al loro posto. Montale lo chiama inganno. Aveva meno di trent’anni quando l’ha scritto, e a quell’età credo che l’avrei chiamato così anch’io. Oggi non ne sono più sicuro. Mi viene da pensare che sia piuttosto una grazia, e che per vederla in questo modo non serva essere più intelligenti; basta aver perso qualcuno e aver constatato, il giorno dopo, che il mondo era ancora lì.
Non ho spiegato la poesia, e non era quello che volevo fare. Volevo capire perché la tengo nel comò e non sullo scaffale insieme alle altre. La risposta più onesta che riesco a darmi è che è l’unica che cambia ogni volta che la rileggo. Da ragazzo mi sembrava che parlasse del nulla. Poi, per molto tempo, ho creduto che parlasse di me. Stamattina, due novembre, mi sembra che parli di mio padre, e di una cosa molto più semplice di tutte quelle che avevo pensato: sapere che le persone avrebbero potuto non esserci, e continuare a vivere in mezzo agli altri come se fosse naturale che ci siano. Non è un segreto che si nasconde, è uno che ci si porta dietro. Stamattina, non so bene perché, mi pesa un po’ meno del solito.





