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3 Novembre 2026Pasolini, cinquantun anni dopo: la Procura di Roma riapre l’indagine sulla morte all’Idroscalo
A cinquantun anni esatti dalla notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, quando Pier Paolo Pasolini fu ucciso all’Idroscalo di Ostia, la Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo. L’indagine, affidata alla pm Silvia Santucci, nasce dall’esposto dell’avvocato Stefano Maccioni, che rappresenta l’Ordine dei giornalisti del Lazio, il regista David Grieco e lo scrittore Giovanni Giovannetti. L’istanza era stata presentata un anno fa e integrata a maggio con un elemento nuovo: un testimone mai ascoltato prima, che potrebbe chiarire il contesto in cui maturò l’aggressione.
È la prima volta da molto tempo che la magistratura accoglie una richiesta di questo tipo. Nel 2016 e poi nel 2023 la Procura aveva respinto le istanze di riapertura, giudicando gli elementi eterogenei e generici, ripetizioni di attività già svolte. La verità giudiziaria resta quella fissata decenni fa: Pino Pelosi, allora diciassettenne, condannato in via definitiva a nove anni e sette mesi, morto nel 2017. Ma quella verità non ha mai convinto pienamente. Pelosi stesso, nel 2005, ritrattò la confessione e parlò di altre persone presenti quella notte. Nel 2010 i carabinieri del Ris isolarono sugli abiti di Pasolini cinque profili di Dna che non appartenevano né alla vittima né a Pelosi, e a cui non fu mai possibile dare un nome. L’archiviazione arrivò nel 2015.
Il caso Pasolini non è solo un enigma di cronaca nera. È uno dei nodi irrisolti della storia italiana degli anni Settanta, insieme alle stragi e ai misteri di quella stagione. Pasolini, in quei mesi, scriveva articoli durissimi sul potere democristiano, sul “Palazzo”, sulla mutazione antropologica prodotta dal consumismo. Lavorava a un romanzo, Petrolio, che toccava i rapporti tra politica, affari ed energia, e di cui un capitolo risulta mancante. Un anno prima aveva pubblicato sul Corriere il celebre articolo in cui diceva di sapere i nomi dei responsabili delle stragi, pur senza avere le prove. Per questo l’ipotesi che dietro quella morte ci fosse più di un incontro finito male è sopravvissuta a ogni sentenza.
Bisogna essere cauti: un testimone, dopo mezzo secolo, può aggiungere un tassello ma difficilmente cambiare da solo il quadro, e molte delle persone coinvolte non ci sono più. Eppure l’apertura del fascicolo ha un valore in sé. Dice che una democrazia non archivia definitivamente le domande che riguardano la propria storia, e che la ricerca della verità non ha prescrizione morale anche quando ne ha una giuridica. L’invito dell’avvocato a chi ha taciuto finora perché si faccia avanti suona come un appello all’Italia di allora, quella che sapeva e non ha parlato.





