
Il bordo e il vuoto. Due modi di perdere il reale
28 Giugno 2026
Proust mi ha cambiato la vita
28 Giugno 2026La colonia femminile sulla collina di Esther
A Maoz Esther e Or Ahuvia,in Cisgiordania , vivono ragazze israeliane che non si sentono in guerra, credenti, non femministe, poco più che ado-lescenti, abitano edifici precari a metà tra casa e avamposto, diritti catastali (pochi) e religiosi (molti). Ci siamo stati
da Maoz Esther e Or Ahuvia (Cisgiordania) di Marta Serafini
«Volete parlare con le ragazze? Non sarà semplice». La voce del commesso del supermercato si abbassa appena, come se già l’indicazione fosse troppo. Le giovani colone non si fanno trovare facilmente. Non amano parlare con i giornalisti. Ancora meno amano essere fotografate. Per incontrarle bisogna lasciare la strada principale, imboccare una pista di terra e salire ancora, fin dove il vento corre basso tra l’erba e le pietre. E, comunque, no, niente interviste ufficiali. Se hanno voglia si fanno avvicinare. Altrimenti nemmeno quello.
Sulle montagne di Binyamin, a nord di Gerusalemme, verso il margine della Valle del Giordano, la stagione sembra voler ingannare lo sguardo. La pioggia ha già fatto da un pezzo la sua ultima apparizione, i pendii si sono riempiti di erba: per un attimo tutto sembra quieto, quasi pastorale. Ma qui il paesaggio non è mai innocente. «State entrando in un’area a rischio», avverte il navigatore dell’auto. Siamo in Area C, la porzione di Cisgiordania rimasta sotto pieno controllo israeliano dopo Oslo e diventata negli anni il cuore più sensibile della pressione degli insediamenti.
Tutto, in questa storia, porta a Maoz Esther. L’avamposto è nato quasi vent’anni fa ed è diventato per molte ragazze delle colline una specie di scuola di frontiera. Oggi ci vivono una quindicina di famiglie, ma all’inizio c’erano poche strutture improvvisate, appena un grappolo di baracche e case leggere, meno di un chilometro a nord dell’insediamento di Kochav Hashachar. Fu fondato nel 2006 in memoria di Esther Galia, madre israeliana di sette figli, uccisa da un palestinese quattro anni prima in un attacco a colpi d’arma da fuoco all’incrocio di Rimonim, in Cisgiordania. Da queste parti, il nome Esther non è solo un nome. Rimanda alla regina biblica che salva il suo popolo, alla forza femminile, al sacrificio e al destino collettivo: esattamente il lessico con cui molte giovani colone raccontano la propria scelta di vivere sulle alture.
Alla collina non c’è quasi nessuno. Solo una donna che gioca con un gruppo di bambini. Tamar conosce bene la storia di questi luoghi anche se lei ci è arrivata solo sei mesi fa. Maoz Esther, dice, per anni è stato poco più di un mucchio di case e baracche sulle alture. Ma la precarietà, qui, non è mai debolezza. È metodo.
Gli avamposti israeliani in Cisgiordania nascono così: non come città, ma come presenze. Una casa di fortuna, qualche pannello di compensato, una cisterna, una pista sterrata, un cane, un gruppo di persone che decide di restare abbastanza a lungo da trasformare un’altura in un fatto compiuto. Prima arriva il nucleo minimo, poi i collegamenti, la protezione, le strade, i servizi.
Per provare a capire, bisogna riavvolgere il nastro. Dopo il 1967, per una parte del mondo politico e religioso israeliano la Cisgiordania non fu soltanto un territorio conquistato, ma il ritorno a una geografia biblica — Giudea e Samaria — da ripopolare e controllare. A quella spinta si sono aggiunte ragioni strategiche: occupare le alture, interrompere la continuità territoriale palestinese, moltiplicare la presenza israeliana in aree contese. L’avamposto è la forma più nuda di tutto questo: l’idea che abitare sia già un atto di sovranità. Ed è anche per questo che gli insediamenti sono considerati illegali dal diritto internazionale. La Cisgiordania è ritenuta dalla maggior parte della comunità internazionale un territorio occupato, e il trasferimento della popolazione civile della potenza occupante al suo interno viene considerato contrario alla Quarta Convenzione di Ginevra.
Israele contesta questa lettura o la rilegge in termini diversi, ma la sostanza non cambia: gli avamposti nascono quasi sempre dentro una zona grigia, o apertamente fuori legge. Non solo per il diritto internazionale. Spesso anche per quello israeliano. Eppure, vengono tollerati, protetti, talvolta allacciati ai servizi e poi regolarizzati.
Oggi le colline non sono più soltanto iniziativa di piccoli nuclei radicali. Dietro gli insediamenti c’è una spinta politica ormai esplicita, sostenuta dalla destra religiosa al governo. Bezalel Smotrich, il ministro che più di ogni altro ha fatto della Cisgiordania il centro della sua battaglia, ha parlato apertamente di una «rivoluzione» in Giudea e Samaria, rivendicando oltre cento nuovi insediamenti approvati e almeno 160 nuove aziende agricole. Nello stesso quadro rientra anche il piano, emerso sulla stampa internazionale, per piazzare case mobili e strutture comunitarie in una sessantina di nuovi siti e uno stanziamento di oltre un miliardo di shekel (300 milioni di euro circa) per le strade che dovranno collegarli. La logica è sempre la stessa: arrivare prima del diritto, trasformare il provvisorio in realtà, rendere ogni ritorno indietro sempre più difficile.
«In principio c’erano i campi», scrive Assaf Gavron nel suo romanzo sugli insediamenti. Prima il paesaggio, poi la presenza, poi la pretesa che quella presenza diventi destino. Solo che quei campi non sono mai davvero vuoti. Sono già attraversati, già usati, già abitati da pastori, villaggi, comunità beduine.
Maoz Esther lo mostra con brutalità quasi didattica. Secondo i documenti fondiari del ministero della Difesa israeliano, gli edifici dell’avamposto sono stati demoliti dalle forze di sicurezza più di venti volte, perché costruiti su terreni agricoli privati appartenenti al vicino villaggio palestinese di Kafr Malik. Eppure, l’insediamento è tornato ogni volta. Anche quando vengono smantellati, questi luoghi continuano a esistere come volontà di ritorno, come possibilità politica, come progetto sospeso che si rifiuta di finire. Una collina, una volta nominata e occupata, non torna facilmente neutra.
Da Maoz Esther molte ragazze si sono spostate a Or Ahuvia, un altro avamposto, 30 chilometri più a ovest, su una collina investita dall’odore dell’origano. Salirci è entrare in una scena di povertà scelta e intensità ideologica. Dentro una casetta di compensato, troviamo finalmente un gruppo di ragazze. Alcune sono scalze. Due hanno in braccio un neonato. Quelle sposate portano il capo coperto e gonnelloni lunghi, le altre sono vestite più sportive. Non sono armate. Vivono lì da sole. Alle pareti ci sono disegni da adolescenti, libri religiosi, un tabellone su cui si lasciano messaggi in cui si sostengono a vicenda. Il resto è l’essenziale: materassi, stoviglie, oggetti sparsi, il minimo indispensabile per trasformare una scatola di legno in una casa. Non c’è collegamento alla rete elettrica. Per ricaricare i telefoni c’è un generatore. Le lampade al soffitto funzionano con pannelli solari. Non sembra un accampamento. Sembra già una forma di mondo.
Chiediamo di poter entrare nella baracca. L’accoglienza è timida. Ma non c’è ostilità. Niente nomi. Solo un sorriso, vago. Alcune di loro hanno la pelle e gli occhi chiari. Altre la pelle olivastra. Anche Or Ahuvia nasce da un lutto. Porta il nome di Ahuvia Sandak, morto nel dicembre 2020 in un incidente stradale durante un inseguimento della polizia, dopo essere stato accusato di aver lanciato pietre contro palestinesi, e quello di Ori e Roi Lipnik, morti bambini anni prima in un incidente d’auto causato da un guidatore arabo, sempre in Cisgiordania. Uno dei due, Ori, era un caro amico di una delle fondatrici dell’avamposto, Shalhevet Goldstein, raccontano. Lei però non vuole parlare e in giro non si fa vedere, dopo essersi negata più volte al telefono. «Non avete paura a vivere da sole?». La domanda esce quasi inevitabile, lì dentro, in mezzo al compensato, ai neonati, al silenzio. Le ragazze dicono di no. Non hanno mai avuto problemi, rispondono. «E con chi dovremmo averne?». Stanno sedute in circolo. A noi offrono una sedia di plastica bianca. Sul pavimento di cemento grezzo, dei piatti sporchi. La risposta sembra semplice. Ma è proprio in quella semplicità che il paesaggio si incrina.
A smontare l’idea della collina vuota non ci sono solo le cronache di Amira Hass, ma anche il lavoro di gruppi israeliani come B’Tselem e Kerem Navot, che da anni seguono la pressione degli avamposti su pascoli, sorgenti e percorsi beduini. Secondo un rapporto di Kerem Navot e Peace Now, i cosiddetti avamposti pastorali — quelli che presidiano il territorio con greggi e presenza stabile — hanno consentito ai coloni di prendere il controllo di almeno 786 chilometri quadrati di terra, circa il 14 per cento dell’intera Cisgiordania. B’Tselem descrive da tempo questa pressione come parte di un meccanismo più ampio che colpisce soprattutto le comunità palestinesi più fragili dell’Area C, comprese quelle beduine e pastorali, attraverso intimidazioni, aggressioni, divieti di accesso e una pressione continua che finisce per rendere sempre più difficile restare. Il rapporto con i beduini è decisivo proprio per questo. E smentisce la favola della collina libera in attesa di essere abitata.
In molte aree della Cisgiordania, soprattutto nelle zone aperte e rurali, la terra non coincide con la proprietà nel senso urbano o catastale, ma con l’uso quotidiano: il pascolo, le sorgenti, i percorsi stagionali, i recinti, le tende, i punti di sosta. La collina che da lontano può sembrare vuota è in realtà già attraversata da greggi, percorsi stagionali, soste, vite meno visibili ma non meno reali. Vicino alla baracca delle ragazze, salendo, abbiamo visto un asino e un dromedario. Quando un avamposto si consolida, l’effetto non è astratto. Si restringono i cammini del gregge. Si rende più difficile raggiungere una sorgente o un pascolo. Si introduce una minaccia continua, a volte implicita, a volte apertamente dichiarata. L’insediamento non occupa soltanto il terreno: ne riscrive gli usi, decide chi può passare, sostare, restare. Ma la presenza delle ragazze cambia natura e significato. Perché la loro non è una colonizzazione apertamente muscolare. Non ha il linguaggio immediato dello scontro, non esibisce la violenza come gesto identitario.
«Vi sentite in guerra?», chiediamo. «No, noi viviamo solo la nostra terra», rispondono. Parlano di dedizione, sobrietà, sacrificio, vita semplice. Ed è forse proprio per questo che il loro gesto rischia di essere ancora più efficace. Se il ragazzo delle colline porta con sé l’immagine dell’estremismo, della provocazione e della sfida frontale, le donne introducono un’altra grammatica: quella della permanenza, della cura, della quotidianità. La collina non è più una barricata, ma una casa possibile. Le ragazze si vantano di seguire un programma rigoroso che inizia ogni giorno alle 5.30 del mattino, con ciascuna di loro che si sveglia per pregare all’aperto, da sola. Dalle 9 alle 14, la casa si trasforma in un vero seminario dove studiano testi religiosi. Nel pomeriggio, si dividono: alcune vanno a lavorare — magazziniere, cassiere al supermercato. Altre si dedicano al vigneto o a progetti agricoli per estendere il più possibile i confini immaginari della collina.
Nessuna studia. Vivranno così finché non si sposeranno e faranno figli.
«Siete femministe?», è l’ultima domanda. Ridono. Assolutamente no, è la risposta. «Siamo qui perché è un compito collettivo, e anche le donne devono parteciparvi», dice di loro quella che ha più voglia di parlare. Eppure, fanno precisamente ciò che altrove sarebbe letto come un gesto di emancipazione: vivono da sole, sopportano un’esistenza dura, abitano uno spazio simbolicamente maschile, assumono responsabilità materiali e politiche. Ma quella forza non viene tradotta nel lessico dei diritti. La grammatica è dovere, popolo, terra, missione.
«Stiamo facendo il lavoro sporco, quello che lo Stato non fa». «I beduini che prima pascolavano in quell’area hanno smesso di venire da quando siamo arrivate». In due frasi il velo romantico della collina si lacera. Non c’è spazio per coesistenza o per dialogo. Non c’è possibilità di confronto. È così e non si discute. Una delle giovani si spazientisce. Chiama al telefono qualcuno. Forse la fondatrice della comunità, Shalhevet Goldstein, quella che non ci ha voluto ricevere.
È venuto il momento di salutare. Al ritorno, mentre scendiamo dalla collina dell’asino e del dromedario non c’è più traccia. Solo lo sguardo delle ragazze sulla schiena che controllano da lontano, sole, nel vento caldo.





