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di pierluigi piccini
Lo dico senza enfasi, anche se è una frase che, detta così, suona come una di quelle dichiarazioni che si fanno per posa. Eppure è esatta. C’è un prima e c’è un dopo, e in mezzo ci sono quelle pagine che a un certo punto ho cominciato a leggere e non ho più smesso di portarmi dietro.
Non ricordo di averle capite, la prima volta. Ricordo di esserci entrato come si entra in una casa troppo grande, dove ti perdi e ti dimentichi perché eri venuto. La frase lunga mi spaventava, mi sfuggiva, dovevo tornare indietro a riprendere il filo che avevo lasciato cadere tre righe sopra. Era una fatica fisica. E proprio quella fatica — me ne sono accorto solo molto dopo — era la lezione. Perché Proust non si lascia attraversare in fretta. Ti obbliga a una lentezza che avevo disimparato senza saperlo, e che ho dovuto reimparare pagina dopo pagina, come si reimpara a camminare.
È lì che è successo. Non è che mi abbia insegnato delle cose: mi ha insegnato a vedere. Prima leggevo per sapere come andava a finire. Dopo ho cominciato a leggere — e poi a guardare, anche fuori dai libri — per cogliere ciò che di solito passa inosservato. La piega di un volto, la sfasatura tra quello che diciamo e quello che vogliamo, il modo in cui un odore o una luce di certi pomeriggi ti riportano addosso, di colpo, un tempo che credevi chiuso. Ho capito che la memoria non è un archivio ordinato dove vai a prendere quello che ti serve. È un’imboscata. Ti aspetta dietro un sapore, dietro il rumore di un cucchiaino, e ti restituisce intero un mondo che pensavi sepolto.
Ho imparato anche un’altra cosa, più scomoda. Che l’amore e la gelosia, che credevo sentimenti, sono soprattutto forme di conoscenza — deformi, dolorose, ma acutissime. Si vede meglio ciò che si teme di perdere. È una verità che non si dimentica, una volta che te l’hanno messa davanti con quella precisione spietata e tenera insieme. Da allora ho guardato i miei stessi sentimenti con un occhio diverso, meno indulgente e meno spaventato. Smontati nei loro ingranaggi minimi, fanno meno paura.
C’è chi dice che leggere la Recherche sia un atto di erudizione, roba da specialisti, una sfida di resistenza. Non è vero. È un apprendistato dello sguardo, e lo è per chiunque abbia la pazienza di restare. La pazienza, ho scoperto, non è una virtù da educande: è una facoltà conoscitiva. Si vede davvero solo ciò su cui si è disposti a sostare. E in un tempo come il nostro, che premia il colpo d’occhio che consuma le immagini senza trattenerne nessuna, sostare è quasi un gesto di disobbedienza.
Per questo dico che mi ha cambiato la vita, e non ho un modo più sobrio per dirlo. Ho cominciato per amore di un autore e ho finito per imparare a guardare meglio il mio tempo, i miei luoghi, le persone che mi sono passate accanto. È poco, dirà qualcuno. È invece tutto. Perché l’unica ricchezza vera che un libro possa restituirti è la capacità di vedere ciò che, senza di lui, avresti continuato a non vedere. E quando ti accorgi che il mondo ti si è fatto più nitido, capisci che non sei più la stessa persona che aveva aperto quel volume, una sera, senza sapere dove lo stava portando.





