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L’irrilevanza e il resto
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C’è una figura che nessuna epoca ha saputo esaurire, e che ogni epoca ha creduto, con qualche ingenuità, di poter finalmente fissare. Riaffiora ogni volta che pensavamo di averla congedata: su un’isola qualunque, tra le braccia di una maga, davanti a un ciclope accecato, sulla soglia di una casa che non lo riconosce. L’uomo dal multiforme ingegno non si lascia chiudere in nessuna forma, e forse è questa l’unica cosa che davvero sappiamo di lui.
Ogni secolo lo riscrive a propria immagine, e nel riscriverlo confessa se stesso. Il tempo che amava l’eroe ne fece un modello di virtù e di ritorno; il tempo che amava il corpo ne fece un oggetto del desiderio, bello come il Mediterraneo, capace di far sognare un’intera generazione affacciata per la prima volta al piccolo schermo domestico. Il tempo che ama la tecnica lo trasforma in spettacolo, macchina di immagini, prodezza di ingegneri prima ancora che di poeti. E c’è sempre stato un tempo, prima di tutti, in cui bastava una voce nel buio a farlo esistere: chi presta a Omero la propria gola e lo fa parlare di nuovo, come se il canto non avesse mai smesso.
Il paradosso è che più lo reinventiamo, più ci sfugge. Non perché sia inafferrabile per accidente, ma perché la sua sostanza è proprio la metamorfosi. Non ha un volto: ne ha mille. Non ha una patria fissa finché non la riconquista, e la riconquista solo travestito, irriconoscibile persino a chi lo ha atteso vent’anni. Quando il ciclope gli chiede il nome, risponde di chiamarsi Nessuno. È l’astuzia che gli salva la vita, certo. Ma è anche la sua verità più profonda: costui è insieme nessuno e chiunque, e per questo entra in ogni epoca come un ospite atteso. Ci somiglia perché non ha una faccia sola.
Due poli lo tendono da sempre, e l’Occidente oscilla tra loro senza decidersi. Da una parte il ritorno: il nostos, la casa, il letto costruito attorno a un ulivo che non si può spostare, le nozze ritrovate, la gioia sobria di chi rientra e canta finalmente al riparo. È l’Ulisse che torna, e nel tornare ci dice che il senso del viaggio è il focolare, che ogni partenza ha come misura segreta il rientro. Dall’altra parte c’è l’Ulisse che non torna: quello che, varcate le colonne, spinge la prua oltre il conosciuto, perché fatti non siamo per vivere come bruti ma per seguire virtute e conoscenza. Qui il viaggio non ha misura: si nutre di sé, e finisce dove doveva finire, in un mare che si richiude.
Non è una contraddizione da sciogliere. È la doppia natura di chi parte. Vogliamo la casa e vogliamo l’oltre; vogliamo il talamo e vogliamo il naufragio; vogliamo essere riconosciuti e vogliamo scomparire in un nome che non è un nome. Ogni volta che riscriviamo quel viaggio scegliamo di quale dei due Ulissi abbiamo bisogno, e la scelta racconta più di noi che di lui.
C’è poi una terza rotta, meno rumorosa, che molte culture lontane dalla nostra hanno intuito prima e meglio: il viaggio verso l’esterno e il viaggio verso l’interno sono lo stesso viaggio. Si attraversano mari per attraversare se stessi; si torna a casa solo dopo essere diventati un altro. Chi rientra non è mai chi era partito, e la soglia riconosce non l’uomo ma la trasformazione avvenuta. In questo senso ogni nostos è anche un principio, non una conclusione: la fine del racconto è soltanto il punto in cui il narratore tace, non quello in cui il cammino si ferma.
Anche il corpo entra nella storia, e non è dettaglio. C’è stato un momento in cui l’eroe smise di essere soltanto astuzia e memoria, e divenne desiderio: qualcosa da guardare, non solo da ascoltare. Il canto si fece immagine, e l’immagine chiese di essere amata. È lo scarto di un’epoca che ha imparato a desiderare i propri miti prima ancora di comprenderli — e forse è un modo come un altro di tenerli in vita, perché ciò che si desidera non muore.
Resta la domanda iniziale, ostinata. Perché torniamo sempre lì? Forse perché quel viaggio è la forma stessa dell’esistere: siamo esseri che si mettono in cammino e cercano di rientrare, che desiderano una soglia e insieme la temono, che si travestono per farsi riconoscere. Ogni generazione ha bisogno del proprio naufrago per capire dove sta andando, e lo trova ogni volta nello stesso uomo che si chiama Nessuno.
Non è nostalgia dell’antico. È il contrario. È l’antico che continua a parlare al presente perché non ha mai finito di accadere. Il mare è sempre lo stesso, e ogni volta è un altro. E colui che lo attraversa non è mai tornato del tutto: per questo può tornare ancora.





