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9 Agosto 2026Questioni traduttive/2 Ebbrezza di una doppia frustrazione: nel rendere il saggio che Karl Kraus dedicò a Heinrich Heine, si trattava non solo di doppiare la verve del polemista, ma anche i versi del poeta contro cui egli si scagliava
Il tentativo di tradurre il saggio che Karl Kraus dedicò a Heinrich Heine e alla sua presunta progenie letteraria, Heine und die Folgen (1910), si rivelò ben presto, per me, una fonte di appassionanti e quasi festose frustrazioni. Iniquo, a tratti perfino odioso nello sfoggio di una inesorabile intelligenza critica, il testo di Kraus rifulge di uno splendore polemico che ha pochi eguali, e nel confrontarsi con il turbinio delle argomentazioni, il traduttore è preso da una singolare ebbrezza, pur nel naufragio. Quasi come se ogni prova di traduzione acquistasse inaspettatamente senso e valore nel constatare la propria vanità, e proprio questo – come già suggerivano Wilhelm von Humboldt e Schleiermacher – rende tanto più preziosa e importante l’attività del traduttore.
Un primo ostacolo, comune a quasi ogni scritto polemico, sta nel contesto a cui di continuo Kraus allude con puntuali rimandi, ben consapevole della popolarità di cui l’opera di Heine godeva presso il suo pubblico: è impossibile conservare la frequente, beffarda ripresa di immagini e parole tratte dai versi di Heine, oppure gli echi, al tempo non ancora spenti, del dibattito sorto negli ultimi anni dell’Ottocento attorno all’opportunità di dedicare al poeta un pubblico monumento (avevano prevalso le voci contrarie, e chi poteva si era risolto a erigere un monumento in una propria residenza, come l’imperatrice Sissi, grande ammiratrice di Heine).
Sono perdite tollerabili, anche perché il bersaglio polemico di Kraus erano soprattutto le «conseguenze» di Heine, ovvero il diffondersi di una genia di elzeviristi che, dietro al loro presunto modello, si sarebbero rivelati inclini a fare «poesia dove ci sarebbe soltanto da scrivere un resoconto», e a scrivere un «resoconto là dove ci sarebbe da fare poesia». Anche il contesto della Vienna di inizio secolo – mi concessi – poteva venire in parte sacrificato, visto che l’essenziale, nel saggio di Kraus, riguarda l’uso ornamentale del linguaggio, e l’invettiva si rivolge a chiunque pensi di servirsene come di un vestito, intercambiabile a seconda delle occasioni, senza riconoscere le leggi che ne governano il funzionamento; tanto che è stato possibile, in anni recenti, riprendere il saggio e rivolgere la polemica riflessione dell’autore viennese contro la sconsiderata proliferazione di parole nelle reti informatiche: lo ha fatto Jonathan Franzen con il suo «Progetto Kraus».
A rendere lo scritto di Kraus inevitabile fonte di frustrazioni non era (e non è) dunque il contesto, quanto il suo intrinseco contrapporsi a un uso arbitrario del linguaggio. Fin dal titolo: Heine und die Folgen va senz’altro tradotto con Heine e le conseguenze, se non fosse che già qui cominciano i guai seri, poiché il perfetto equilibrio ritmico del titolo si smarrisce nelle troppe sillabe del termine ‘conseguenze’, mentre d’altro canto rischia di essere imprecisa qualsiasi altra scelta, ancor peggio una perifrasi (del tipo «Heine e quel che segue»).
Non avevo ancora cominciato e già all’orizzonte intravedevo le difficoltà pressoché insormontabili che si sarebbero materializzate nella seconda parte del saggio, quando Kraus cita strofe e intere poesie di Heine, costringendo il traduttore a sommare alle difficoltà imposte dal virtuosismo polemico dell’autore il problema posto dalle cadenze e dalle rime popolareggianti del poeta contro cui si scaglia: tanto più che lo stile di Heine non ha, malauguratamente, corrispettivi nella nostra tradizione, così da rendere di fatto inaccessibile, in italiano, una produzione che da Bürger a Eichendorff fino, appunto, a Heine, costituisce una parte essenziale della tradizione lirica tedesca.
Ben prima di soccombere sotto questa sorta di intraducibilità al quadrato, mentre ancora stavo provando a navigare tra le rapide della prosa di Kraus, e quando ancora mi sembrava possibile riprodurre in modo adeguato le introduttive riflessioni sul contrasto tra la cultura romanza e la germanica, mi ritrovai d’un tratto davanti un intransitabile scarto.
Kraus sostiene che le facili gioie dispensate dalla lingua francese trovano una descrizione in quattro vocaboli che si susseguono a mo’ di climax nel dizionario tedesco: «Geschmeichel, Geschmeide, Geschmeidig, Geschmeiß». Letteralmente: «adulazioni», «gioielli», «malleabile» e l’ultimo è il termine collettivo che sta a indicare in tedesco un brulichio di «insetti»: metaforicamente, una masnada di «gentaglia». I quattro termini, oltre a riecheggiare più di qualche stereotipo con cui storicamente il mondo di lingua tedesca guardò alle lusinghe, ai vizi e al lusso parigini, entrano in risonanza semantica con alcuni capi d’accusa che Kraus rivolse contro il mercimonio di parole diffuso nella stampa del tempo. Ovvio che qualsiasi traduzione letterale sarebbe improponibile. Che fare? Provai a cercare una qualche sequenza che potesse rievocare gli ambiti toccati da Kraus e al contempo mantenere le allitterazioni. Forse qualcosa come «lusinghe, lusso…». Ma poi? Magari «lussuria», «lussuriosi»? E che ne sarebbe stato, tra le altre cose, dell’idea di malleabilità, che per Kraus è sintomo di una concezione completamente fuorviante della lingua?
Cercai di immaginare un’altra sequenza, fatta di «moine, monili, morbido, morboso». Forse un po’ meglio, ma comunque andava perduta la prossimità dei termini nel dizionario, e così anche il crescendo verso una parola decisamente offensiva. Mi rassegnai dunque a mantenere quelle parole in tedesco, traendo un qualche conforto, qualche tempo dopo, dal fatto che anche un grande traduttore come Carlo Groff, cui dobbiamo la migliore traduzione del saggio di Kraus (nell’ambito della versione italiana del «Progetto Kraus» di Jonathan Franzen), si sia arreso a questa difficoltà.
In quella sequenza presente nel dizionario tedesco, che nella chiosa Franzen considera un accidente linguistico un po’ «cheap», si manifesta per Kraus l’autonoma potenza del linguaggio, di cui solo i falsi poeti e gli stolti feuillettonisti possono pensare di «essere padroni», servendosene come strumento a seconda dei fini che si prefiggono. Artista è invece, secondo Kraus, colui che riesce a obbedire alle parole. Il fallimento della traduzione mi apparve, allora, tutt’uno con una simile concezione della poesia e del linguaggio.
Se le parole, nel vero scrittore, non sono mai una «veste per il corpo», bensì «carne per lo spirito» – come Kraus scrive nel saggio – ogni espressione linguistica possiede una sua necessità, che non permetterà di dire la stessa cosa in altro modo. Anche nei suoi aforismi, Kraus torna su questi principi, aggiungendo un corollario secondo cui è ben possibile tradurre un articolo di fondo o un elzeviro, ma è impossibile tradurre una vera poesia: significherebbe – scrive – «privarsi della propria pelle una volta giunto al confine, e lì indossare il costume tipico di un’altra nazione». Eppure, questa sua convinzione non gli impedì di cimentarsi nella traduzione dei sonetti di Shakespeare. Forse perché nulla come l’intraducibilità rende necessaria la traduzione.





