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di Pierluigi Piccini
Cinzia Mammolotti sostiene che non avrei risposto punto per punto alle sue obiezioni. L’ho fatto, e chiunque può verificarlo rileggendo la mia risposta del 23 settembre accanto alla sua prima lettera. È invece la sua replica a lasciare cadere gran parte di ciò che aveva sostenuto. Non parla più delle sei centrali segrete, del conto dei 300 MW, del data center imposto dall’esterno, né dei sindaci “lavorati” con il miraggio dei soldi. Al loro posto porta argomenti nuovi. Riprendo quindi anche questi, uno per uno, nell’ordine in cui li presenta.
Il primo è la presunta assenza di trasparenza. L’autrice riconosce che la delibera regionale è pubblica, ma sposta il sospetto sugli allegati, che sarebbero secretati e nasconderebbero dove andranno i 140 MW aggiuntivi. Su quei 140 MW, però, non c’è nulla da nascondere perché non può esserci nulla. La delibera impegna la Regione ad aprire un confronto con i Comuni su possibili sviluppi futuri. Non esistono progetti, richieste di autorizzazione o siti individuati. Un allegato non può contenere l’ubicazione di centrali che nessuno ha progettato. Il mistero dei 140 MW è un vuoto che l’autrice riempie con il sospetto.
Le due centrali reali seguono la strada opposta al segreto. Per PC6 è in corso alla Regione la procedura di valutazione di impatto ambientale. La legge impone di pubblicare il progetto e lo studio di impatto, e chiunque, cittadini, comitati o associazioni, può leggerli e presentare osservazioni entro termini stabiliti. L’amministrazione deve poi tenerne conto prima di decidere. È difficile immaginare una procedura più trasparente: gli atti sono consultabili e chi ha qualcosa da obiettare ha uno spazio formale per farlo. Se i comitati hanno dati sull’acqua, sulle emissioni o sulla salute, è in quella sede che devono portarli, e lì riceveranno una risposta scritta. Parlare di decisioni prese nel buio mentre la procedura di partecipazione è aperta significa ignorarla.
Il secondo argomento è il limite dei 100 MW indicato dal piano regionale del 2015. L’autrice mi attribuisce la tesi che basterebbero le valutazioni impianto per impianto. Ho scritto l’opposto: accanto a queste serve una valutazione complessiva, aggiornata e pubblica, della capacità dell’Amiata. Su questo siamo d’accordo. La formula che l’autrice cita lega però quel limite alle tecnologie allora impiegate: è quindi un limite da ricalcolare, non un tetto immutabile. L’autrice riconosce che il raddoppio dei filtri AMIS riduce mercurio e idrogeno solforato. Che tutte le altre emissioni crescano in proporzione alla potenza è invece un’affermazione priva di dati. La valutazione di impatto di PC6 è proprio la sede in cui quelle emissioni vengono stimate e verificate.
Il terzo argomento è l’acqua. Le do atto di aver scritto che il calo delle riserve non dipende “solo” dalla crisi climatica, “ma anche” dalla geotermia. La sua prova principale è il piezometro David Lazzaretti, che dopo l’avvio di Bagnore 4 nel 2015 non sarebbe più tornato ai livelli precedenti. Dal 2015 sono però cambiate molte cose: temperature più alte, maggiore evaporazione, neve quasi scomparsa, prelievi diversi per l’acquedotto. Attribuire l’andamento di un singolo pozzo di misura a una sola di queste cause resta un’ipotesi. Lo ammette la stessa autrice quando scrive che i dati “sembrano” indicare un effetto “altamente probabile”. Una prova non si scrive al condizionale.
Lo studio fiorentino del 2011 parla di un fattore di pressione profonda “potenzialmente” in gioco e “non quantificabile”. L’autrice ne deduce che “non può che essere” la geotermia, ma lo studio non lo dice. Quanto alle faglie che collegherebbero i due serbatoi, se i fluidi profondi raggiungessero la falda lascerebbero un segno nella chimica dell’acqua. Le Università di Siena e di Firenze lo hanno cercato e non lo hanno trovato. Resta il punto su cui concordiamo: il bilancio idrico dell’acquifero, atteso dal 2001, va preteso con tempi certi e dati pubblici. Il Comune lo chiederà alle Autorità di bacino.
Il quarto argomento è l’anidride carbonica, e qui l’autrice confuta una tesi che non ho mai sostenuto. Non ho scritto che la geotermia non emetta CO₂, né che le sue emissioni si confondano con quelle naturali. Ho scritto che a Piancastagnaio il teleriscaldamento usa il calore di fluidi già estratti per produrre elettricità e sostituisce caldaie a gasolio e GPL. Il risparmio è netto ed è certificato: 1.537 tonnellate di petrolio e circa 4.000 tonnellate di CO₂ ogni anno. L’autrice stessa riconosce i benefici del teleriscaldamento e ammette che le centrali esistenti bastano ad alimentarlo. Tace invece sull’impianto Nippon Gases, che catturerà la CO₂ contenuta nei fluidi geotermici invece di disperderla in atmosfera. Se il problema è l’anidride carbonica portata in superficie, recuperarla è la risposta più concreta.
Il quinto argomento è la salute. L’autrice confronta uno studio di fine anni Novanta, che descriveva condizioni migliori della media, con quello del 2010. Ne conclude che l’unica novità intervenuta sarebbe la geotermia. Ma le centrali di Bagnore e Piancastagnaio funzionano dagli anni Sessanta, ed erano in funzione anche quando il primo studio certificava una buona salute. Nel frattempo sono cambiati molti altri fattori: l’eredità delle miniere di mercurio, l’età della popolazione, i metodi delle indagini. Due studi condotti con metodi diversi non dimostrano una causa. Le indagini successive, ricorda la stessa autrice, hanno escluso correlazioni. Proseguire i controlli sulla popolazione già seguita da InVETTA è giusto, e il Comune lo sostiene.
L’ultimo argomento è un’accusa politica: Giani vorrebbe fare dell’Amiata una nuova Larderello, e qualche amministratore locale lo asseconderebbe. Il nostro modello è l’opposto. Non vogliamo un territorio che produce ricchezza destinata altrove, ma una risorsa che resti qui, in lavoro, imprese e calore per le case, sotto il controllo pubblico del Comune.
Messa alla prova, la lettera lascia in piedi due richieste che condividiamo: il bilancio idrico e i monitoraggi pubblici. Tutto il resto non regge. I 140 MW segreti non esistono. La procedura su PC6, descritta come oscura, è aperta alle osservazioni di tutti. Le prove sono scritte al condizionale, e le tesi che mi vengono attribuite non le ho mai sostenute. Chi ha argomenti da far valere su PC6 ha oggi la sede per farlo, quella che la legge prevede.





