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Quel discorso improvvisato su richiesta del Pontefice nel ricordo dell’ex sindaco Pierluigi Piccini
di Pierluigi Piccini
La seconda visita arrivò dopo una prima esperienza che aveva lasciato un senso di vuoto. Siena si era preparata aspettando una folla che non c’era stata. Per questo, quando si cominciò a lavorare alla nuova visita, era chiaro a tutti che non si trattava solo di organizzare un evento, ma di restituire alla città una misura, una dignità. E questa volta le cose andarono nel modo giusto. I giorni precedenti furono attraversati da una tensione continua, fatta di attenzione ai dettagli e di stanchezza. L’arrivo di Giovanni Paolo II a porta Camollia segnò l’inizio reale di quella giornata. Tutto era stato preparato con cura insieme a monsignor Bonicelli, uomo pratico, abituato a decidere, che sapeva tenere insieme disciplina e concretezza. Nulla era lasciato al caso, ma senza enfasi. Nella foto, alla sinistra del Papa, compare l’emerito vescovo di Siena, Gaetano Castellano. Con lui c’era un legame che andava oltre il ruolo. Un viaggio ad Avignone, rimasto come una memoria forte, dice molto di quella relazione. Castellano era un uomo colto, brillante, capace di stare nel mondo senza esserne prigioniero. Una figura che non aveva bisogno di essere spiegata. L’agitazione, però, restava. Tornano alla mente le parole di Aurelio Ciacci, amico di allora, che cercò di alleggerire ricordando come, anche in quella veste, il Papa fosse pur sempre un uomo. Non servì molto, ma aiutò a riportare le cose su un piano possibile. Non era previsto alcun intervento ufficiale. L’attesa trascorse parlando d’altro, accanto al professor Grottanelli: Duccio, la Maestà, l’arte come rifugio temporaneo mentre intorno tutto assumeva un tono solenne. Poi arrivò l’imprevisto: il Santo Padre avrebbe gradito un intervento. In pochi minuti si tornò in ufficio. Con Marcello Salerni, persona a cui ero legatissimo, si cercò una strada. Salerni, che avrebbe poi raccontato quelle giornate nel libro ’Ci sta il sindaco’, aveva uno sguardo ironico e partecipe sul lavoro quotidiano. David Rossi arrivò un po’ dopo. Il tempo era poco. La scelta cadde sulla figura della donna, a partire da Caterina. Marcello era socialista, io poco lontano. Ne uscì una Caterina meno santa e più terrena, lontana dall’icona rassicurante, vicina invece alla forza della parola pubblica e della responsabilità. Una figura che parlava anche al presente. Sul palco, enorme, il discorso scivolò via senza intoppi. La paura consueta non trovò spazio. Alla fine restò una leggerezza inattesa, come se qualcosa si fosse sciolto. Il Papa mi chiamò a sé e mi strinse in un abbraccio così forte da sollevarmi da terra. Fu un gesto improvviso, fisico, che spiazzò. Un momento difficile da riportare a misura, soprattutto per chi non si è mai sentito leggero. Il discorso piacque. Il giorno dopo comparve su L’Osservatore Romano. Seguì la richiesta di accompagnare il Pontefice dal vescovato allo stadio, dove l’elicottero lo avrebbe riportato a Roma. Prima di salutarsi, un altro abbraccio. Quell’incontro lasciò un segno. Emozione, certo, ma anche una sensazione di svuotamento, come se tutto si fosse concentrato lì. Il giorno dopo, dal giornalaio Tanzino, un uomo sconosciuto si avvicinò e disse: «Sindaco, ieri Siena ha fatto la sua grande figura». In quella frase c’era tutto. Non un successo personale, ma l’idea di aver fatto la propria parte dentro una comunità. Di aver fatto semplicemente il proprio dovere. E questo bastava.
L’ACCOGLIENZA Monsignor Bonicelli con il vescovo emerito Castellano L’arrivo del Papa a porta Camollia.
L’APPUNTAMENTO «Non si trattava solo di organizzare un evento, ma di restituire alla città una misura, una dignità».





