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A Palazzo Roverella tornano a incontrarsi vis à vis il più italiano e anomalo del gruppo degli impressionisti e il più francese della truppa italiana a Parigi. Gli anni a Firenze e quelli trascorsi assieme sulla Senna sono ripercorsi in un confronto convincente, tra temi comuni, affinità compositive e sensibilità divergenti
In un clima di fermenti positivistici (anche se bilanciato da latenti correnti spiritualistiche), nell’entusiasmo determinato dalle innovazioni tecnologiche e dalle scoperte scientifiche, la Francia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento è percorsa da un ottimismo generale. Nell’ebbrezza di poter controllare quanto avviene, di non essere succubi della casualità, ma di poter intervenire sul reale, la sistemazione di Parigi, voluta da Napoleone III e attuata dal barone Haussmann, cancella il tessuto medievale e sostituisce un’eleganza razionalizzatrice al disordine pittoresco dei vecchi quartieri.
La capitale francese diventa il centro per eccellenza delle attività artistiche contemporanee, la città dei Salons e dei mercanti d’arte pronti a promuovere gli artisti in cerca di una platea e di un mercato, il luogo magico che li attira. Particolarmente sensibili all’atmosfera cosmopolita dei salotti culturali parigini sono gli artisti italiani, quali i cosiddetti “Italiens de Paris”, Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi. Tuttavia, mentre in Boldini e De Nittis non sempre la loro pittura mostra i tratti tipici dell’impression (nei lavori del primo non si può parlare di rapporto fenomenico con il mondo, le immagini del secondo non bloccano l’attimo fuggente), Zandomeneghi è il più vicino al clima impressionista per il timbro espressivo, la tavolozza, l’andamento della pennellata e della composizione. Così come le sue figure paiono saldamente ancorate all’impianto del disegno, le sue silhouette stilizzate e ben definite si stagliano sulla superficie in modo poderoso e, in accordo con i temi affrontati da Degas, sugli aspetti più privati indugiando su scene domestiche e mondane.
Edgar Degas (1834-1917), appunto, con cui Federico
Zandomeneghi (1841-1917) ha condiviso una lunga amicizia parigina, entrambi accomunati da una profonda stima reciproca. Il loro intenso rapporto, talvolta spigoloso, sempre fecondo, è ricostruito dalla mostra “Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi” allestita fino al 28 giugno a Palazzo Zabarella di Rovigo, a cura di Francesca Dini. La mostra indaga gli scambi, le influenze, le convergenze e gli arricchimenti che segnarono il loro costante confronto. Degas, personalità enigmatica e difficile, fra il 1854 e il 1859 soggiorna lungamente in Italia (dove conosce Gustave Moreau che lo guida alla conoscenza dei maestri italiani), a Napoli presso il nonno René Hilaire De Gas, a Roma dove frequenta l’Accademia Francese di Villa Medici, a Firenze presso lo zio, barone Bellelli. E da Firenze, città in cui sia Degas che Zandomeneghi, seppur in tempi diversi, maturano la loro formazione, prende avvio il percorso espositivo. Più precisamente si parte dal Caffè Michelangelo, punto di aggregazione di artisti e uomini di cultura dall’atteggiamento anticonvenzionale in opposizione agli ambienti ufficiali e accademici. Qui si ritrova il manipolo dei Macchiaioli e qui transitano sia Degas che Zandomeneghi i quali, attratti dalla pittura attenta alla vita contemporanea dei toscani, danno vita ai loro capolavori giovanili. Degas con La famiglia Bellelli (in mostra è presente il quadro preparatorio, straordinario per la delicatezza della tecnica a pastello, esposto per la prima volta in Italia) e Zandomeneghi con Impressioni di Roma, vertice della sua produzione di ispirazione sociale che ritrae una scena in cui una schiera di mendicanti consuma un pasto sui gradini di una chiesa. Rientrato a Parigi nel 1859, Degas lascia la casa paterna per aprire un proprio studio in rue Laval dove consolida la sua poetica che si connota sempre più per la forte enfasi data al disegno e alla forma costruttiva. Come pure, precisa Dini nel catalogo edito da Silvana, « per le inquadrature innovative e i tagli fotografici dei ritratti » (esemplare quello di Thérèse de Gas) e su aspetti della vita parigina legati preferibilmente alle corse dei cavalli, alle danzatrici (in mostra la celebre Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente da Dresda), agli interni dei caffè ( Dans un café), ai nudi femminili ( Donna che esce dal bagno).
Zandomeneghi si trasferisce a Parigi nel 1874 e qui resterà fino alla fine dei suoi giorni. Dapprima il soggiorno è segnato di esitazioni e da una produzione discontinua, ma in seguito l’approccio con la straordinaria officina della cosiddetta “pittura della vita moderna” finirà per vederlo tra i protagonisti della stagione dell’impressionismo. Assidua è la sua partecipazione alle collettive del gruppo mostrando di avere notevoli affinità con la modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – che rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana delle proprie origini.
Particolarmente significativo, in proposito, è l’olio Le Moulin de la Galette, dagli scorci inediti, con cui riprende l’ingresso di uno dei locali da ballo parigini più famosi dell’epoca, ma soprattutto va sottolineato l’affascinante confronto fra Degas e Zandomeneghi che traspare in due opere quali Dans un café, del primo, e Al Caffè Nouvelle Athènes, del secondo. E, dopo aver documentato con un paio di nature morte la stagione più matura di Zandomeneghi, la mostra si chiude con Matinée musicale, il capolavoro finale dell’artista eseguito per Durand-Ruel, il mercante degli impressionisti che fu il suo grande sostenitore.







