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di Pierluigi Piccini
Giovedì 15 ottobre, alle diciotto, la sala era piena. Non di addetti ai lavori, non di delegazioni, ma di cittadini di Piancastagnaio venuti ad ascoltare la presentazione del libro di Giuseppe Sani e a vedere la mostra che ne espone i documenti. Una riunione viva, partecipe, con domande, ricordi, riconoscimenti. Per qualche ora ci siamo sentiti una comunità, e non è una frase di circostanza: è accaduto davanti agli occhi di tutti.
Il lavoro di Sani è una ricerca sulle carte dell’archivio comunale, sugli anni che vanno dal 1943 al 1946, il tempo in cui la guerra attraversò il nostro paese. Da quelle carte sono emersi nomi che nella memoria pubblica non esistevano. Persone morte sotto i bombardamenti, nel passaggio del fronte, negli anni successivi, quando la guerra ufficialmente era finita ma continuava a uccidere. Nessuno li aveva ricordati, né le istituzioni né le associazioni. Restituire loro un nome è stato un atto di giustizia verso chi era stato dimenticato e verso le famiglie che di quel dolore non avevano mai visto traccia scritta.
Il giorno dopo, a evento concluso, la Sezione ANPI di Piancastagnaio ha diffuso una lettera in cui lamenta di non essere stata coinvolta né invitata, e mette in guardia da una memoria indistinta che renderebbe equivalenti scelte e responsabilità. Le obiezioni meritano una risposta, perché la memoria è una cosa seria e nessuno ne è proprietario.
Nessuno è stato invitato direttamente. L’iniziativa è stata annunciata pubblicamente ed era aperta a tutti. La stessa ANPI scrive di averne avuto notizia cinque giorni prima, come chiunque altro: appunto, perché era rivolta a chiunque. Nella lettera si afferma di non rivendicare primogeniture né esclusive sulla memoria. Se è così, non si capisce in base a quale titolo si dovesse ricevere un trattamento diverso da quello riservato all’intera comunità. C’era tutto il tempo per venire, prendere la parola, porre in sala, davanti ai concittadini, le obiezioni che oggi vengono affidate a un comunicato. Si è scelto di non esserci e di scrivere dopo. Così la protesta finisce per somigliare a un risentimento per lesa maestà più che a una questione di sostanza.
Più delicata è l’accusa di merito, quella di una memoria che sovrapporrebbe esperienze storiche e morali diverse. Ma è un’accusa rivolta a un lavoro che chi la muove non ha letto. Un elenco di vittime ricostruito sui documenti non è un giudizio sulle cause per cui si combatté. Dare un nome a un morto non assolve né condanna nessuno: riconosce che quella persona è esistita e che la guerra le ha tolto la vita. La distinzione tra la pietà dovuta a tutti i morti e il giudizio storico su chi stava dalla parte della libertà resta intatta, ed è proprio la Repubblica nata dalla Resistenza a renderla possibile. Del resto, la lettera stessa riconosce che restituire dignità alle sofferenze di tutti coloro che vissero la guerra è doveroso. È quello che il libro ha fatto.
Allora la strada è semplice. Il libro c’è. Lo si prenda, lo si legga, lo si critichi nel merito: un documento interpretato male, un nome mancante, una lettura delle carte che non convince. Una discussione così aiuterebbe la comunità a crescere, e sarebbe la benvenuta. Lo si può fare oggi, domani, in qualsiasi momento, in pubblico. Quello che non aiuta è contestare un metodo senza aver guardato il contenuto.
La lettera si chiude dicendo che tenere viva la memoria significa scegliere, ogni giorno, come costruire il presente. È vero. Giovedì la comunità di Piancastagnaio ha scelto di riempire una sala e di riconoscersi in una storia comune. Il confronto non è mai stato chiuso. Basta aprire il libro.





