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4 Novembre 2026
Lucio Dalla – Futura
4 Novembre 2026I democratici conquistano Camera e Senato: le elezioni di metà mandato mettono un limite alla seconda presidenza Trump
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno cambiato gli equilibri di Washington. Secondo le proiezioni di CNN, Decision Desk HQ e New York Times, i democratici hanno superato la soglia dei 218 seggi necessari per la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e hanno conquistato anche il Senato. Lo scrutinio non è ancora concluso e le cifre definitive cambieranno nelle prossime ore, ma il quadro politico è ormai chiaro: per gli ultimi due anni del suo mandato Donald Trump governerà con un Congresso controllato dall’opposizione.
Il dato più rilevante viene dal Senato, dove si votava per 35 seggi su 100. I democratici hanno vinto in Stati che per decenni erano stati feudi repubblicani. In North Carolina l’ex governatore Roy Cooper ha aperto la serata con la prima vittoria. In Texas James Talarico, trentasettenne ex insegnante di scuola media e seminarista presbiteriano, ha battuto il procuratore generale Ken Paxton, candidato sostenuto direttamente dal presidente. In Kansas Adam Hamilton riporta il seggio ai democratici dopo novantaquattro anni. Sherrod Brown ha vinto in Ohio contro Jon Husted, Josh Turek in Iowa, Annie Andrews in South Carolina, dove il seggio era repubblicano da ventotto anni. In Maine Troy Jackson ha sconfitto Susan Collins, una delle figure storiche del partito repubblicano. Il Michigan resta democratico con Abdul El-Sayed.
Anche alla Camera lo spostamento è stato ampio. I democratici hanno vinto in distretti che due anni fa avevano premiato Trump con margini larghi, e alcune proiezioni indicano che a fine spoglio potrebbero superare i 240 seggi su 435. Il voto ha portato anche alcune prime volte: una governatrice afroamericana in Georgia, una governatrice nativa americana in New Mexico. Tra le curiosità di questa tornata c’è anche il voto di Leone XIV, primo papa nella storia a votare in un’elezione americana.
La reazione del presidente ha avuto due toni. Nella dichiarazione ufficiale Trump ha riconosciuto il risultato e ha detto di essere pronto a lavorare con la nuova maggioranza. Sui social ha scritto invece che, con il suo nome sulla scheda, i repubblicani avrebbero vinto con largo margine, e ha fatto capire che userà il potere di veto. Il clima di vigilia era stato teso: il Dipartimento della Giustizia aveva inviato mille osservatori ai seggi e si temevano incidenti, ma lo spoglio si è svolto senza le scene di cui molti avevano paura.
Ora cambiano gli strumenti a disposizione dei due poteri. Con entrambe le Camere i democratici possono aprire inchieste parlamentari, convocare funzionari, chiedere documenti e soprattutto controllare il bilancio federale, che è la leva più concreta del potere legislativo americano. Il presidente conserva il veto e il potere esecutivo, ma qualsiasi provvedimento dovrà passare da un Congresso ostile. Il sistema americano conosce bene questa condizione dell’«anatra zoppa», cioè del presidente a fine mandato senza maggioranza. Di solito produce due esiti possibili: il compromesso sulle questioni essenziali oppure lo scontro permanente, con un ricorso massiccio agli ordini esecutivi e ai tribunali.
C’è poi una lettura che va oltre i numeri. Le elezioni di metà mandato diventano quasi sempre un referendum sul presidente in carica, e questa lo è stata in modo particolarmente netto. Tra gli elettori conservatori in dissenso con Trump, quelli che le cronache chiamano i Maga «traditi», una parte ha scelto di votare l’altro partito o di non votare. I repubblicani diranno che il presidente non era in corsa e che le elezioni di metà mandato puniscono storicamente chi governa. I democratici leggeranno il voto come un mandato a fare da contrappeso. Il risultato si misurerà nei prossimi due anni, dalla capacità della nuova maggioranza di trasformare il controllo in proposta, in vista delle presidenziali del 2028.





