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Due articoli usciti negli stessi giorni raccontano la stessa Italia da due lati. Il primo riprende Terracarne, il libro con cui Franco Arminio ha attraversato i paesi interni del Mezzogiorno raccontando l’Italia che ha perso i suoi borghi. Il secondo è la storia di Sara, ex guardia giurata, che ha lasciato tutto per vivere in un paese di montagna. Da una parte lo svuotamento, dall’altra chi torna. In mezzo c’è la domanda che conta: che cosa serve perché un paese resti vivo?
La risposta romantica è nota. Il paese come rifugio, la lentezza, il silenzio, il paesaggio che cura. C’è del vero, e molti lo hanno scoperto negli anni della pandemia. Ma chi amministra un comune di montagna sa che la poesia non basta. Una famiglia resta se c’è la scuola, se l’ambulatorio è aperto, se la connessione funziona, se il bus passa e se c’è un lavoro non precario. Il resto viene dopo. Senza queste condizioni, chi arriva per scelta se ne va alla prima difficoltà, e chi è nato lì si convince che restare sia un fallimento.
Per anni l’Italia ha trattato i paesi come un problema di conservazione. Si restaurava la piazza, si finanziava la sagra, si metteva il marchio del borgo più bello. Operazioni utili, ma che hanno spesso trasformato i centri storici in scenografie per il fine settimana. Le case si vendono a chi viene due settimane l’anno, i negozi chiudono, la vita quotidiana si sposta altrove. Il paese resta bello e diventa vuoto.
C’è un altro modo di guardare. I paesi delle aree interne non sono un margine da assistere ma un pezzo del sistema produttivo nazionale. Hanno energia, come sulla montagna toscana dove il calore della terra può alimentare reti di teleriscaldamento e nuove attività. Hanno acqua, boschi, saperi artigiani, spazi a basso costo per chi lavora a distanza. Hanno comunità che, se coinvolte, sanno organizzarsi in cooperative e gestire beni comuni. Quello che manca è una politica che li tratti come luoghi di futuro e non come musei.
La legge di bilancio appena chiusa ne parla poco. Le strategie per le aree interne esistono da anni, ma vanno avanti a scatti, legate a bandi e scadenze che premiano chi ha uffici tecnici attrezzati, cioè di solito i comuni più grandi. Un piccolo comune con tre dipendenti fatica a competere. Servirebbe una regia stabile, risorse certe sui servizi di base e la fiducia nei territori che progettano da sé.
Storie come quella di Sara sono preziose perché dimostrano che il movimento può invertirsi. Ma una scelta individuale non fa una politica. Perché i ritorni diventino una tendenza bisogna rendere normale vivere in un paese, non eroico. Il giorno in cui restare non richiederà coraggio, i paesi smetteranno di morire.





