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28 Ottobre 2026Israele al voto dopo la guerra: Netanyahu primo ma senza maggioranza, decidono i partiti arabi
Israele ha votato per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023 e dopo tre anni di guerra. Il risultato è un Paese diviso a metà. Con oltre la metà delle schede scrutinate, il blocco di Benjamin Netanyahu è intorno ai 55-57 seggi, quello dell’opposizione guidata dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot tra 47 e 49. Per governare ne servono 61 su 120. I restanti sedici vanno alle liste arabe, la Lista Unita e Ra’am. L’affluenza è stata del 77,7 per cento, la più alta dal 1999.
Il Likud resta il primo partito, e Netanyahu ha già annunciato l’intenzione di formare “un forte governo nazionale di destra”. Ma i numeri, per ora, non glielo consentono. Anche Donald Trump è intervenuto, attribuendosi il merito della rimonta del premier. È un dettaglio che dice molto su quanto la politica israeliana sia ormai intrecciata con quella americana, a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.
Il dato più nuovo però non riguarda i due grandi blocchi. Riguarda i cittadini palestinesi di Israele, circa un quinto della popolazione, che hanno votato in massa e portato i partiti arabi al loro miglior risultato. Per decenni sono stati considerati fuori dal gioco delle coalizioni: si contavano ma non contavano. Oggi, senza di loro, l’opposizione non ha i numeri per governare. È un paradosso che pesa. Un’alternativa a Netanyahu può nascere solo riconoscendo come interlocutori legittimi quei cittadini che una parte della politica israeliana ha sempre tenuto ai margini. Era già successo nel 2021, con l’ingresso di Ra’am nel governo Bennett-Lapid, ed era durato poco.
Gli scenari sono quattro, e nessuno è semplice. Netanyahu può cercare i pochi seggi che gli mancano attirando qualche transfuga. Eisenkot può provare una coalizione larga che includa, in forma diretta o esterna, i partiti arabi. Si può tentare un governo di unità nazionale, che però richiederebbe a molti di rimangiarsi quanto detto in campagna elettorale. Oppure si torna a votare, come Israele ha già fatto cinque volte tra il 2019 e il 2022.
C’è una questione più profonda. Queste elezioni dovevano essere un giudizio sulla guerra, sugli errori che hanno reso possibile il 7 ottobre e sulla condotta del conflitto a Gaza. Il voto lo ha dato, ma in modo ambiguo: Netanyahu perde terreno rispetto al passato e tuttavia resta al centro. È il segno di una società che non si riconosce più del tutto nel suo leader ma non ha ancora trovato chi lo sostituisca. Intanto il piano americano per il dopoguerra a Gaza, già rinviato in attesa del voto, resta fermo. Ogni settimana di trattative a Gerusalemme è una settimana in più di sospensione per chi vive tra le macerie.
Uno stallo politico, in Israele, non è mai solo un fatto interno. Riguarda la sicurezza di una regione intera e il destino di milioni di persone che alla Knesset non votano.





