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Ovvero: quando il narcisismo diventa geopolitica
C’è una frase che Donald Trump pronunciò durante la campagna elettorale del 2024, davanti alla redazione del Wall Street Journal. Gli fu chiesto se avrebbe impiegato le forze armate americane nel caso in cui la Cina di Xi Jinping avesse deciso di bloccare Taiwan. La risposta fu questa: «Non sarebbe necessario, perché lui mi rispetta, e sa che sono fottutamente pazzo».
Vale la pena fermarsi su quella frase. Non per il turpiloquio, ormai arredamento del personaggio. Ma per la struttura logica che rivela: la deterrenza non come sistema di rapporti di forza, di alleanze, di capacità militare verificabile — ma come proiezione della propria imprevedibilità. Il potere come performance dell’io.
Siamo abituati ad analizzare le crisi geopolitiche in termini di interessi, di risorse, di equilibri. È l’eredità realista della scienza politica novecentesca: gli attori sono razionali, i calcoli sono verificabili, le guerre hanno una logica anche quando sembrano follia. Ma c’è una variabile che questa tradizione fatica a incorporare, quasi fosse troppo psicologica, troppo poco strutturale: la conformazione narcisistica del leader come fattore autonomo di distorsione del rischio. Non si tratta di psicopatologia individuale. Si tratta di meccanica del potere.
Il narcisismo politicamente rilevante — quello che gli studiosi di leadership chiamano hubris syndrome — non produce semplicemente eccesso di fiducia. Produce qualcosa di più preciso: la sostituzione del calcolo con la proiezione. Il leader narcisista non valuta la realtà; la convoca. Non chiede “cosa farà l’avversario?” ma “cosa farà l’avversario sapendo chi sono io?”. Il mondo reale viene riscritto come teatro della propria grandezza. E quando la realtà resiste — come sempre, prima o poi, resiste — il modello non viene rivisto. Viene radicalizzato. La minaccia diventa più estrema, il linguaggio più apocalittico, la distanza dalla realtà più abissale.
È esattamente la parabola della guerra contro l’Iran. L’ipotesi di partenza — che bastasse eliminare la leadership perché il regime cedesse e i “moderati” riempissero il vuoto — non era una valutazione strategica. Era una fantasia proiettata su un paese reale. Quando la fantasia ha incontrato la realtà, il risultato non è stato la revisione della premessa. È stato il delirio: «Una civiltà intera morirà stanotte, per non tornare mai più».
Ernst Bloch distingueva tra speranza autentica e volontarismo cieco. La prima abita il Noch-Nicht — il “non ancora” — come spazio aperto, incerto, reale. Il secondo proietta sul futuro la propria immagine ingrandita, scambia il desiderio per profezia. Il narcisismo geopolitico appartiene alla seconda categoria: non abita il futuro, lo colonizza. Netanyahu ha giocato su questo meccanismo con abilità fredda, sapendo che Trump non avrebbe potuto resistere all’idea di essere colui che “risolve l’Iran”. La vanità è stata lo strumento. Il risultato è una guerra che i consiglieri più lucidi — Rubio, Ratcliffe — non volevano, che non ha prodotto il cambio di regime atteso, e che ha consegnato all’Iran la motivazione più solida di sempre per completare il percorso nucleare. La lezione nordcoreana è implacabile: chi rinuncia alla bomba viene distrutto, chi la possiede viene deterrito.
C’è però un livello ulteriore, forse il più inquietante. Il narcisismo del leader non opera nel vuoto: opera in un sistema. E i sistemi, nel tempo, si adattano. I consiglieri imparano a non contraddire. Le istituzioni ratificano. I media vicini narrano ogni catastrofe come vittoria. È questo adattamento sistemico che trasforma il narcisismo individuale in disfunzione collettiva — e la disfunzione collettiva in politica estera.
Putin osserva. Xi osserva. Non perché abbiano paura di un uomo imprevedibile, ma perché stanno misurando qualcosa di più importante: quanto è affidabile un sistema il cui vertice è strutturalmente disconnesso dalla realtà. La deterrenza non è una questione di personalità. È una questione di credibilità sistemica. E la credibilità sistemica si erode — silenziosamente, irreversibilmente — ogni volta che il bottone più grande si rivela non più grande, ma solo più rumoroso.
Niyazov rinominava i mesi e venerava i meloni. Era grottesco, ma la sua follia restava confinata ai confini del Turkmenistan. Il problema non è la follia in sé. È la scala a cui opera.





