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Il successo dell’“Odissea” di Nolan ci ricorda che l’inganno non distrugge la protezione dall’esterno ma modifica il significato di ciò che si trova davanti alla porta
Il successo dell’Odissea di Christopher Nolan, capace di riportare nelle sale un poema composto quasi tremila anni fa, dimostra che alcuni racconti non appartengono soltanto al passato. Continuano a parlare perché contengono qualcosa che riconosciamo. Tra questi vi è l’inganno con cui Ulisse conclude la guerra di Troia: non abbatte le mura, ma induce i troiani ad aprirle e a introdurre nella città ciò che provocherà la loro rovina. Nell’Odissea il cavallo compare nel canto di Demodoco alla corte dei Feaci. Ulisse, ancora nascosto dietro una falsa identità, chiede al cantore di narrare la fine di Troia. Ascoltando la storia dell’enorme costruzione di legno nella quale si erano nascosti i guerrieri achei, non riesce a trattenere le lacrime. Il vincitore ascolta la propria impresa come se appartenesse ormai a un altro uomo. La forza dell’episodio non dipende soltanto dall’astuzia militare. Il cavallo funziona perché viene accolto. La città possiede mura sufficientemente robuste per respingere un esercito, ma non può difendersi da qualcosa che interpreta come un dono, un trofeo o un oggetto sacro. L’inganno non distrugge la protezione dall’esterno: modifica il significato di ciò che si trova davanti alla porta.
La storia e la leggenda hanno conservato altri episodi costruiti intorno allo stesso meccanismo. Il più antico è contenuto in un racconto egizio, La presa di Giaffa, conservato nel papiro Harris 500 e ambientato durante il regno del faraone Thutmose III, nel XV secolo avanti Cristo. Il generale Djehuty, incaricato di riconquistare la città ribelle, avrebbe nascosto i propri soldati dentro grandi ceste, presentate agli abitanti come un tributo. Una volta trasportate oltre le mura, le ceste si aprirono, gli uomini sopraffecero le guardie e consentirono all’esercito di entrare. Il testo che tramanda la vicenda fu composto o copiato secoli dopo i fatti e non può essere considerato una cronaca militare. È però significativo che un racconto simile al cavallo di Troia circolasse già nell’antico Egitto. Prima
ancora di diventare una tecnica di guerra, l’inganno introdotto oltre le mura era dunque una forma narrativa: la rappresentazione di una forza che ottiene accesso fingendo di essere qualcos’altro.
Una variante italiana è legata all’abbazia di San Nicola, sulle Isole Tremiti. Nel 1334 la comunità cistercense fu travolta da un’incursione di pirati provenienti dalla costa dalmata. Secondo una tradizione locale, gli aggressori si sarebbero presentati chiedendo ai monaci di celebrare la sepoltura cristiana di un loro compagno. All’interno della bara, però, non si trovava un morto: durante la funzione il capo dei corsari ne sarebbe uscito armato, dando inizio all’assalto e al massacro. L’incursione e la scomparsa della comunità monastica hanno un fondamento storico; più incerta è la dinamica della falsa bara, trasmessa soprattutto dalla tradizione. Eppure il racconto è rivelatore. In questo caso a essere sfruttato non è il desiderio di impadronirsi di un trofeo, ma il dovere di accogliere un morto. La violenza entra nel monastero assumendo la forma della pietà. La porta viene aperta perché lasciarla chiusa signifi-cherebbe negare la sepoltura a un cristiano. Molto più documentata è la conquista di Breda del 1590, durante la guerra degli Ottant’anni. La città, occupata dalle forze spagnole, riceveva regolarmente una barca carica di torba, allora utilizzata come combustibile. Circa settanta soldati olandesi si nascosero sotto il carico. La familiarità dell’imbarcazione e del suo proprietario ridusse i controlli: la barca attraversò le difese, raggiunse il cuore della fortificazione e, durante la notte, gli uomini uscirono, sopraffecero le guardie e aprirono la strada alle truppe di Maurizio di Nassau. Il “vascello di torba” è forse il cavallo di Troia storico più vicino al modello antico. Ma contiene una differenza importante. A Breda non fu sfruttata la credulità suscitata da un evento straordinario, bensì la prevedibilità della vita ordinaria. La barca entrava abitualmente, il carico era necessario, il suo movimento non destava sospetti. La ripetizione aveva prodotto fiducia e la fiducia aveva progressivamente indebolito il controllo. La stessa logica sopravvive nell’età contemporanea. Nell’agosto 1968, all’inizio dell’invasione della Cecoslovacchia, un aereo sovietico chiese di atterrare all’aeroporto di Praga dichiarando un’avaria. A bordo si trovavano agenti e reparti speciali, che occuparono rapidamente lo scalo e ne assunsero il controllo, permettendo l’arrivo delle successive forze aviotrasportate. La richiesta di soccorso aveva preso il posto del dono: l’aereo fu accolto perché un aeroporto civile non può ignorare un velivolo che dichiara un’emergenza. Ceste, cavalli, bare, barche e aerei appartengono a epoche lontanissime, ma mostrano la medesima contraddizione. Una società, una città o un’istituzione non possono proteggersi chiudendo definitivamente ogni accesso. Devono continuare a ricevere merci, persone, informazioni e richieste di aiuto. Devono distinguere ciò che minaccia da ciò che può essere accolto. Ogni difesa dipende perciò da una quota di fiducia e ogni fiducia può essere utilizzata contro chi la concede. È forse questa la ragione per cui il cavallo di Troia continua a essere evocato anche nel linguaggio politico, economico e informatico. Non designa semplicemente un nemico nascosto. Indica qualcosa che riesce a superare una frontiera perché si presenta sotto una forma socialmente riconoscibile e rassicurante. L’inganno più efficace non forza la porta: offre a chi si trova all’interno una ragione per aprirla. Le mura di Troia non erano inutili né mal costruite. Avevano resistito per dieci anni, ma erano state progettate per fermare un esercito, non per respingere un dono. Ed è qui che il mito conserva la sua attualità: ricorda che siamo vulnerabili non soltanto quando abbassiamo le difese, ma anche quando continuiamo a fare ciò senza cui nessuna vita collettiva sarebbe possibile — fidarci, accogliere, soccorrere.





