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26 Settembre 2026Il metodo di Karl Marx, quando la dialettica non è deterministica
SCAFFALE L’ultimo libro di Roberto Fineschi sul filosofo tedesco, edito da Scholé
In un celebre passo della Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che «il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto. Quando nel conoscere si presuppone alcunché come noto e lo si tollera come tale, si finisce con l’illudere volgarmente sé e gli altri»: ovvero, spesso si ha una rappresentazione distorta o superficiale proprio di quello che si pensa di conoscere meglio. Qualcosa del genere accade anche con il pensiero di Karl Marx, un autore che è stato – e dovrebbe ancora essere – punto di riferimento per una critica e una trasformazione della realtà esistente.
Roberto Fineschi ci offre ora un prezioso strumento per accostarci in modo più avvertito al metodo di lavoro e ai fondamenti della teoria marxiana (Karl Marx, Discorso sul metodo, a cura di Roberto Fineschi, Scholé, pp. 176, euro 17). Il merito di questo libro è duplice: offrire al lettore una nuova traduzione, filologicamente aggiornata, di alcuni testi marxiani sul metodo (per quanto molto noti) e introdurli con un linguaggio accessibile ma rigoroso, con un’attenzione sia alla loro dimensione teoretica, sia alla loro contestualizzazione all’interno del dibattito filosofico. L’antologia include la famosa Introduzione del 1857 alla stesura provvisoria della teoria del capitale (i Grundrisse), il Poscritto alla seconda edizione del Capitale (del 1873) ed estratti di alcune famose opere giovanili.
IL NODO CENTRALE attorno a cui ruota il saggio introduttivo di Fineschi è il rapporto fra Hegel e Marx (già affrontato dall’autore in modo più ampio e sistematico nel volume Marx e Hegel. Fondamenti per una rilettura, La scuola di Pitagora editrice, pp. 464, euro 32), troppo spesso ridotto alla fuorviante contrapposizione fra «idealismo» e «materialismo». Decenni se non secoli di dibattiti, tradottisi a loro volta in molteplici e fortunate sintesi manualistiche, ci hanno restituito una visione sostanzialmente errata sia del pensiero di Hegel, sia del rapporto fra quest’ultimo e Marx. E la radice di tutti i fraintendimenti, paradossalmente, risiede in un errore prospettico dello stesso Marx, che sulla scia di Feuerbach lesse l’idealismo hegeliano come un «misticismo assoluto», portatore di una visione rovesciata delle cose, dove la concretezza della realtà materiale sarebbe stata ridotta a mera emanazione della Ragione. Nulla di più sbagliato.
QUESTA RAPPRESENTAZIONE di un Hegel «plotiniano» non trova riscontro nei suoi testi. Hegel è un filosofo realista, ci ricorda Fineschi, che non ha mai sognato di negare la concreta esistenza di una realtà esterna al soggetto. Anzi, è proprio il suo realismo, per certi versi, a farne un filosofo conservatore, distante da Marx rispetto al valore da assegnare alla dimensione pratico-rivoluzionaria, che nel caso di Hegel è assente, mentre in Marx è centrale. Laddove per Hegel la filosofia prende atto a posteriori di una realtà già formata, in Marx il soggetto (rivoluzionario) è parte attiva della sua trasformazione.
SE NEGLI ANNI GIOVANILI era prevalso in Marx un rifiuto complessivo del lascito hegeliano, con l’eccezione della categoria di «alienazione», il Marx maturo, quello del Capitale, riconsiderò questa posizione, ammettendo che qualcosa di importante andava recuperato e ripreso del metodo hegeliano. Non tanto il concetto di alienazione, che, per come Marx lo aveva declinato nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, presupponeva un riferimento a un astratto soggetto umano fuori dal tempo, tipica espressione dell’ideologia borghese e del mercato capitalistico. Piuttosto, fu la dialettica hegeliana a essere oggetto di un recupero da parte del secondo Marx, a partire dalle prime stesure provvisorie di quello che sarebbe stato il primo libro del Capitale, dato alle stampe nel 1867.
PERCHÉ LA DIALETTICA era ed e è così importante? Al di là della riduttiva formula «tesi-antitesi-sintesi» (anch’essa assente nei testi hegeliani), la dialettica è un metodo di comprensione della realtà che fa leva sulla connessione (anche storico-evolutiva) fra ogni aspetto dell’esistente, inclusa la capacità della ragione umana di appropriarsi e rielaborare in forma sintetica (scientifica) il mondo esterno. Solo guardando alla realtà nella sua interezza e nelle sue contraddizioni è possibile averne una comprensione compiuta. La dialettica, cuore pulsante del metodo marxiano, consente di comprendere il funzionamento dell’economia capitalistica e dei suoi meccanismi di sfruttamento del lavoro, svelandone la transitorietà, senza tuttavia preannunciarne la fine come certezza assoluta.
DA QUESTO PUNTO DI VISTA, un altro aspetto dell’interpretazione di Fineschi merita di essere evidenziato: nessun finalismo o determinismo, infatti, è ascrivibile a Marx, nonostante la presenza nelle sue opere di frasi, legate per Io più alla stagione rivoluzionaria del 1848, che lasciano intendere un imminente crollo del sistema. La storia del socialismo, sembra suggerire Fineschi, non è dunque finita, ma al contrario è tutta da costruire, ripartendo dalla cassetta degli attrezzi lasciata in eredità da Marx.





