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Firenze, la città ideale di Mark Rothko tra l’Angelico, Michelangelo e una dolorosa modernità. Una mostra intima
di
“Sono diventato pittore perché volevo innalzare la pittura al livello d’intensità della musica e della poesia”
Da
dove cominciare? Da Firenze, ovviamente. (Si potrebbe anche dire: dove eravamo rimasti? Ma su questo torneremo tra un poco). “Porto di New York, 29 marzo 1950. Mark Rothko e la moglie Mell salgono la scaletta del transatlantico Queen Elizabeth per cominciare la traversata che li porterà in Europa”, scrive lo storico dell’arte Marco Cianchi. Un viaggio di svolta per la sua vita, che lo porterà in molti paesi e città ma soprattutto qui, in “due luoghi destinati a rimanere profondamente nella sua memoria e che ebbero un’influenza determinante sulla sua arte: l’ex convento di San Marco e la Biblioteca Laurenziana”. Beato Angelico e l’architetto Michelangelo. Questa di Firenze è “la mostra dei sogni di Mark Rothko”. A dirlo è il figlio del grande artista, Christopher, che ha dedicato la vita a studiare, a far conoscere (forse innanzitutto a riconoscersi) l’opera di un padre appena conosciuto: Mark Rothko morì nel 1970, suicida, quando Christopher aveva solo sei anni. Firenze è quasi un ritorno a casa o un compimento, ma “è l’ultima che curerò in questo modo, con questo coinvolgimento. Qui c’è tutto”, ci dice.
“Firenze è stata fondata sulla convinzione che il visibile possa condurre verso l’invisibile. In nessun altro luogo il confine tra materia e spirito è così sottile da rivelarsi nel luccichio dell’oro di una pala d’altare o nel silenzio della luce che accarezza l’intonaco”, scrive Elena Geuna, curatrice indipendente e consulente d’arte di grande esperienza internazionale, che assieme Christopher Rothko ha ideato e co-curato il progetto. Un lavoro lungo cinque anni, che Christopher sognava “da quindici”. Proprio qui, al centro di tutto. “Artisti e pensatori del primo Rinascimento credevano che la geometria fosse la via per la grazia, la proporzione potesse riflettere un ordine divino e stendere colori sulla parete potesse mutare l’anima di chi li contempla”, scrive ancora Elena Geuna. E questa convinzione così rinascimentale è stata cruciale anche per un artista americano, nato in Lettonia quando era ancora impero russo, nel 1903. Un moderno urgentemente contemporaneo, ma “artista della contemplazione”.
“Rothko a Firenze” (da oggi fino al 23 agosto a Palazzo Strozzi e con due affascinanti appendici a San Marco e alla Laurenziana) è un progetto con oltre 70 opere, molte mai esposte in Italia. Per Palazzo Strozzi una nuova operazione internazionale e che si ricollega idealmente alla trionfale mostra da poco conclusa di Beato Angelico. Appunto: dove eravamo rimasti? Proprio a quel rapporto speciale tra un pittore che ha contribuito a trasformare l’arte del Novecento e il pittore frate incontrato in quel viaggio del 1950 nelle celle del suo convento, “il luogo” dove tornerà ancora nel 1966. Quella prima volta fu la scoperta di Fra Giovanni. Nei corridoi in penombra rimane per ore, torna il giorno dopo. All’amico artista Ben Dienes scrive: “Quando vai in Italia devi vedere i dipinti di Beato Angelico”. Affascinato da quell’arte così intima e spirituale. Lui che sarà protagonista della “color field painting” (ma non amava scuole né etichette) era alla ricerca di qualcosa di ineffabile: trova un maestro di luce, colore e spirito. Trova forse lo spunto di quella “breathingness”, come la chiama, la “respirabilità” di colori capaci di farsi tattili.Ora Rothko è tornato ancora una volta a San Marco, dal suo amato artista, e ha portato con sé cinque sue opere di piccolo formato realizzate in periodi differenti, pronte al dialogo con cinque degli affreschi: nelle celle 1, 3, 4, 6, 7. A guidare le scelte, fatte personalmente da Christopher dopo lunghissime riflessioni, sono state le affinità di colore e di materia pittorica. Ma soprattutto di spirito, ci spiega. Il risultato ha un fascino unico. Le celle del “Noli me tangere” e del capolavoro assoluto della “Annunciazione”, soprattutto.
Anche la mostra di Palazzo Strozzi ha una cifra intima, vuole raccontare l’essenza, lo spirito e i tormenti dell’artista. E come tale va vissuta e goduta: “Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione”, spiega il direttore di Strozzi Arturo Galansino. Un’immersione innanzitutto emozionale, per tanti i motivi. Il primo è la vicinanza dell’artista alla città. Poi la storia particolare del figlio-curatore, che del padre ha pochi ricorsi nitidi, come il grande foglio che srotolava nel suo studio per farlo dipingere. Psicologo, appassionato di musica, ma innanzitutto custode, insieme alla sorella Kate di tredici anni maggiore, dell’arte del padre.
Mark Rothko era nato nel 1903 a Dvinsk, oggi Lettonia, da famiglia ebrea laica. E’ l’unico dei fratelli a frequentare la scuola talmudica, così sarà l’unico a sapere-dovere recitare le preghiere funebri alla morte precoce del padre. Poi darà un taglio secco alla religione. L’arrivo in America, la povertà, l’ingresso a Yale con una borsa di
studio (ma fuggirà per le angherie antisemite che quell’ambiente in quei decenni distribuiva). Le scuole di disegno a New York, i lunghi gli anni di insegnamento alla Center Academy del Brooklyn Jewish Center. Il cammino alla fama sarà lungo, i riconoscimenti e il mercato arrivano nei primi anni Cinquanta, va per i cinquanta anche lui. Eppure non è un appartato né un underdog, anzi è uno dei protagonisti, incupito e di lato, nella fotografia di quei diciotto giovani artisti figli del New Deal che rivoluzioneranno l’arte americana, spostandone il baricentro da Parigi a New York. E’ uno degli “Irascibili”, una storia raccontata con gusto dal giornalista e artista Gregorio Botta nel suo libro “Pollock e Rothko. Il gesto e il respiro”. Giovani artisti non figurativi – espressionismo astratto, action painting e altre sigle magmatiche – che nel 1950 scatenarono una dura polemica contro le scelte del MoMa che li aveva esclusi da una selezione di giovani (ma vecchi!) artisti americani. Sempre impegnato, temperamento polemico, anche Mark, con Jackson e gli altri, cercava la sua strada. La mostra di Strozzi guida il visitatore attraverso il lungo tempo che Rothko impiegherà a diventare Rothko. Dagli esordi figurativi e dal primo autoritratto “in stile Rembrandt” che apre l’esposizione alle prove neo-surrealiste alla dissoluzione progressiva delle forma in quelli che verranno chiamati “Multiforms” fino alla definizione sempre più matura del suo stile, con quel marchio della forma rettangolo come unica ripartizione di uno spazio di colore e tensione che sarà la costante della sua opera. La mostra di Firenze è anzitutto un percorso emozionale tra i colori. Variando di sala in sala, pur con un ordine che rispetta la cronologia: dai grandi formati gialli e rossi (la straordinaria “Untitled” del ’52 del Guggenheim di Bilbao), poi i magnetici e freddi verdi e blu, poi ancora i rossi più intensi e i porpora degli anni Sessanta, fino alla cupa impressione suscitata dalla serie “black and grey” degli ultimi anni, realizzata per il progetto rimasto incompiuto di una sala permanete all’Unesco dove avrebbe dovuto essere esposta assieme a sculture di Giacometti. Fino all’ultima sala, le ultimissime opere su carta, dove i colori diventano sorprendentemente tenui, azzurri e rosa, di una bellezza quasi rasserenata come nel bellissimo “Untitled” azzurro, del 1969, forse l’ultimo, oggi nella collezione di Christopher Rothko: “Era il suo ‘not nothing’, una fine che non è una fine.
“E’ sempre stato esplicito sul fatto che la sua arte riguarda la tragedia, il destino, il dramma del genere umano. Lo scopo della sua arte è sempre stato quello di comunicare, nel modo più diretto possibile, questi valori allo spettatore”, scrive nel catalogo Marco Cianchi. Allergico alle formule: “Non sono interessato alle relazioni tra colori e forme, non sono un pittore astratto”, scriveva nei suoi taccuini, con pazienza editati dal figlio che ora ha riassunto il suo lavoro di “esegesi del padre”, potremmo dire, nel volume “Mark Rothko Dentro l’opera” (Marsilio arte, come anche il catalogo della mostra). “Per me il colore è importante solo come veicolo per esprimere le fondamentali emozioni umane: tragedia, estasi, sventura: la gente che piange davanti si miei quadri sta avendo la stessa esperienza religiosa che io ho avuto quando li ho dipinti”. Questa straordinaria intensità viene incontro a chiunque posi lo sguardo, e insista a rimanervi concentrato per il tempo necessario, sulle opere di Rothko. Si scopre che il colore non è mai piatto, di un solo timbro. I suoi sono infinite sfumature, stesure multiple e accensioni di luci. Sono colori tonali, la materia e l’atmosfera attorno (valorizzata qui dall’illuminazione il più possibile naturale scelta) fanno parte dell’opera. E’ lo sguardo che costruisce in significato, come quando ci si accorge di quelle sottili linee di colori più chiari, luminosi, che dividono i “rettangoli” cromatici: come se la luce necessaria nascesse da dietro, dall’interno dell’opera stessa.
Ma non bisogna pensare a un intimista emozionale, distratto rispetto al confronto con la grande arte del passato (i riferimenti classici, l’emozione suscitata dalla scoperta di Paestum) e con la società in cui vive. A scoprirlo aiuta l’altro prezioso tassello del percorso, quello nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, e un gioco di rimandi artistici e biografici sorprendenti. Nel 1958, ormai affermato, accetta una ricca commissione per realizzare una serie di grandi murali per la sala da pranzo del Four Seasons Restaurant nel prestigioso Seagram Building a New York. Per la prima volta concepisce una serie unitaria, con una collocazione specifica. Un incarico ambizioso che lo riporta a un luogo che lo aveva affascinato in passato. Michelangelo aveva creato un Vestibolo buio, un parallelepipedo senza finestre (furono aperte secoli dopo) dominato dal grigio della pietra serena. Da lì la straordinaria scala ascende al luogo della luce, la biblioteca. Scriverà Rothko che il genio italiano aveva “raggiunto l’effetto che sto cercando io: fare in modo che l’osservatore abbia la sensazione di trovarsi intrappolato in una stanza in cui tutte le finestre e le porte sono murate, e che l’unica cosa che gli resti da fare è sbattere in eterno la testa contro i muri”. Non proprio l’idea giusta per allietare la gente che andava a spendere i suoi molti dollari al Four Season, ma questo non era dovuto a una presunta naïveté dell’artista. No, “l’irascibile” voleva far esplodere attraverso l’arte una contraddizione anche molto sociale o politica: “Chiunque mangia quel tipo di cibo a quel tipo di prezzi non guarderà mai un mio quadro”, dirà sdegnato a un amico. Infatti il progetto svanirà, i “murals” realizzati sono finiti altrove, in buona parte nella “Rothko Room” della Tate Modern. Ma oggi per la mostra due di questi bozzetti, rossi e cupi come colonne antiche, sono esposti proprio lì: quasi un’istallazione site specific nello spazio di Michelangelo che profondamente lo aveva impressionato.
I rimandi sottili, colti, biografici sono il vero tessuto di questo “ritorno” fiorentino dell’artista. Diverso dalla retrospettiva alla Fondation Louis Vuitton di Parigi due anni fa, più ricca di opere, magniloquente, ma, dice ancora il figlio, “vorrei ricordare che la mostra di Parigi era incentrata principalmente sulle grandi opere pubbliche”. Qui invece c’è l’invito a un viaggio più intimo, da vivere “possibilmente in silenzio”. Alla ricerca di significati profondi e magari dolorosi (“La gente che piange davanti si miei quadri”…). “Gli aspersero gli occhi alla fine, e nel silenzio, meravigliato guardò entro di sé”. E’ una frase di “Così parlò Zarathustra” che Elena Geuna ha posto a esergo del suo saggio in catalogo. Il percorso di occhi rinati a cui ci invita Rothko è un altrove che non è Altrove, è dentro di ognuno. Una spiritualità sottilmente diversa, inevitabilmente talmudica, da quella dell’artista amato che gli aveva fatto scoprire la luce, Fra Giovanni da Fiesole. Per il quale valeva invece il racconto evangelico del Cieco nato: “Questo solo so, che prima non vedevo e adesso ci vedo”.
Ed è ancora Rothko e Firenze, e una ricerca mai conclusa di un luogo dentro di sé. Anche per questo aveva accettato negli ultimi anni (tra il 1964 e il 1965) l’incarico di due ricchi committenti di Houston, Dominique e John de Menil per un un ciclo di opere destinate a una cappella cattolica. Alla fine il progetto divenne interamente suo, un ottagono in mattoni, la luce diffusa da un lucernario. E la Rothko Chapel diventerà un luogo di spiritualità interreligiosa, dove persone di ogni fede o di nessuna possono raccogliersi circondati dalle sue 14 grandi tele scure, certo non paradisiache. Tutta la sua arte ha questo afflato, come un muro da oltrepassare. Non è strano che avesse confessato che gli sarebbe piaciuto realizzare cappelle solitarie da disporre lungo la strada. C’è una notizia poco nota, eppur significativa, sull’ultimo Rothko, poco più di un anno prima della morte. E’ contenuta in un libro del grande collezionista Giuseppe Panza di Biumo, “Ricordi di un collezionista”. “L’ultima volta che ci vedemmo, non molto prima della sua malattia, chiese a mia moglie di contattare il Vaticano per fare una Cappella a Roma. Non prendemmo iniziative, avendo molti dubbi sull’accoglienza della proposta, conoscendo le difficoltà del Vaticano di capire l’Arte astratta”, racconta. Ma “fu un errore non tentare di chiedere al Papa l’autorizzazione di fare la Cappella, anche se la risposta fosse stata negativa”. Chissà cosa sarebbe accaduto, se il messaggio fosse arrivato a Montini, il Papa amico degli artisti. Probabilmente nulla, annotava con saggio scetticismo Panza. Oggi restano a testimoniare le sue opere con la loro potenza espressiva, perché “il colore può produrre emozioni che portano fino alla trascendenza, ogni dipinto è pieno di energia, di tensione emotiva ma la visione di Rothko si rivolge allo spettatore che percepisce in quelle opere la condizione fondamentale dell’esistenza umana”. Meglio guardarle in silenzio, come suggerisce Elena Geuna.
“E’ la mostra dei sogni di Mark
Rothko ”. A dirlo è il figlio
Christopher, che ha dedicato la vita a studiare, a far conoscere il padre
Dal ritratto “in stile Rembrandt” ai grandi “murals” il percorso segue un’indagine emozionale nel colore come forma suprema di una ricerca Tragedia, estasi, sventura: “La gente che piange davanti ai miei quadri staavendolastessaesperienzareligiosa che io ho avuto quando li ho dipinti” 70 opere tra Palazzo Strozzi e due appendici specialissime, a San
Marco e nel Vestibolo della
Laurenziana di Michelangelo





