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È cominciata come una vertenza di categoria ed è diventata una questione nazionale. Il 12 ottobre agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori hanno aperto un presidio vicino al casello di Poggio Imperiale, sull’A14. Da lì la protesta si è estesa alla Sicilia, alla Calabria, alla Puglia, alla Basilicata e alla Campania. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre i camion hanno chiuso il nodo tra A1 e A30 nel Casertano, con chilometri di coda verso la Capitale. Ci sono stati presidi al casello di Ferentino, un varco bloccato al porto di Napoli, trattori sull’Aurelia. Ora i picchetti arrivano alle porte di Roma con una parola d’ordine semplice: fermarsi tutti.
All’origine c’è un numero. Il gasolio è stabile intorno a 2,26 euro al litro in città e a quasi 2,30 in autostrada. Secondo Confartigianato Trasporti, da febbraio il prezzo industriale al netto delle tasse è cresciuto di oltre il cinquanta per cento: quello che costava cento oggi ne costa più di centocinquanta. Lo stop al taglio delle accise ha interrotto la breve discesa che gli sconti delle compagnie avevano prodotto. Per un padroncino con un mezzo da centotrentamila euro questi rincari decidono se l’impresa sopravvive. Alcuni camionisti hanno detto di non potersi più permettere nemmeno il viaggio fino a Roma per manifestare.
Le conseguenze si vedono già nei supermercati, soprattutto per i prodotti freschi. Ci sono banchi semivuoti in Campania, in Calabria e in Sicilia, e il fenomeno è stato segnalato anche nel basso Lazio. In alcune zone i distributori sono rimasti a secco e la gente ha preso d’assalto pompe di benzina e negozi. Confcommercio Sicilia stima un danno tra i quaranta e i cinquanta milioni di euro solo sull’isola in cinque giorni. Confagricoltura Campania avverte che migliaia di prodotti rischiano di marcire nei magazzini. Un grande pastificio campano si è fermato, e il suo titolare ha osservato che concedere aumenti ai propri autotrasportatori non è bastato.
Le richieste non riguardano solo il prezzo del carburante. I manifestanti denunciano fondi stanziati e mai erogati, ritardi sui crediti d’imposta e una rappresentanza di categoria che considerano inadeguata e lontana. Trasportounito chiede un aumento del quindici per cento sulle tariffe e minaccia il blocco totale. Gli autotrasportatori siciliani invece si dicono pronti a sospendere il fermo. Gli agricoltori ricordano che il gasolio si somma a problemi mai risolti: costi di produzione insostenibili, prezzi all’origine che crollano, una filiera che scarica il rischio su chi produce.
Oggi il ministro dei Trasporti incontra le associazioni nazionali alla prefettura di Milano. Sono state notate la distanza geografica e quella simbolica: i camionisti devono andare a cercare lo Stato dall’altra parte del Paese. La promessa è di sbloccare risorse ferme da troppo tempo. È il minimo, ma non basterà se non cambia l’impostazione. Un Paese che sposta quasi tutte le merci su gomma, e che non ha mai investito seriamente sul ferro e sul cabotaggio, si espone a ogni shock energetico. Le guerre lontane e le tensioni sui mercati del petrolio ci raggiungono attraverso il pieno di un tir in Calabria.
Questa protesta e quella dei ragazzi in piazza Duomo hanno la stessa radice, il costo della vita. Hanno forme diverse e nessuna delle due giustifica l’altra. Entrambe però mostrano che la questione sociale è tornata al centro e che chi governa non può più trattarla come una voce da sistemare nella manovra quando c’è tempo. Un sistema in cui chi trasporta il cibo non riesce più a pagarsi il gasolio ha smesso di funzionare.





