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22 Marzo 2026
Nelle carte la prova del “lodo Moro”
22 Marzo 2026Arrivato a settant’anni (compiuti il 26 febbraio), il grande scrittore ha appena pubblicato in Francia una raccolta di poesie e un album con i versi recitati sulle musiche di Frédéric Lo. «La Lettura» lo incontra per riflettere su quella inevitabile (imminente) fine del mondo da lui spesso evocata in mezzo a tanto rimpianto : sconfitti dalle guerre, dall’intelligenza artificiale e da tendenze suicide. «Il dibattito sull’eutanasia è viziato da una menzogna. Si parla di dignità in modo del tutto sbagliato»
Michel Houellebecq
stefano montefiori
Mentre si allunga a prendere un portacenere, Michel Houellebecq quasi si scusa: «Non ho smesso del tutto, ma fumo molto meno». Siamo in un caffé vicino alla stazione Denfert-Rochereau, nel sud di Parigi, e il grande scrittore francese ha scelto un tavolino in veranda per parlare con «la Lettura» del suo impegno contro l’eutanasia (in queste settimane il Parlamento francese è chiamato a legiferare), dell’album Souvenez-vous de l’homme con i versi recitati sulle musiche di Frédéric Lo e della raccolta di poesie Combat toujours perdant. Da sempre la sua immagine è legata alla sigaretta, e a quel modo unico di tenerla tra il medio e l’anulare, ma a settant’anni compiuti il 26 febbraio Houellebecq non abbandona gli sforzi di migliorare, di fare la cosa giusta, di preoccuparsi. Quella personale contro le sigarette è forse una battaglia persa in partenza, eppure vale la pena combatterla. Quanto alla fine dell’umanità, esito che sembra imminente e ineluttabile, a leggere o ascoltare le sue poesie: ci siamo arrivati, ormai, ma non ci si può rassegnare facilmente.
Souvenez-vous de l’homme, ricordatevi dell’uomo «perché in fondo non eravamo così male», dice Houellebecq, che scrive: «Occidentali che volete vivere, non avete più molte possibilità/ Ma potete ancora seguirmi». Al sole di un pomeriggio parigino, sul boulevard con poco traffico, arriva l’atmosfera struggente di certe situazioni: l’ultima serata affettuosa con una persona amata dalla quale ci si sta separando, un famigliare scomparso che riappare sorridente in sogno, la casa ritrovata dell’infanzia, dove i ricordi sono così vivi che quella vita non sembra davvero mai conclusa, a dispetto dell’evidenza.
La fine del mondo evocata da Houellebecq è ovunque, e suscita rimpianto. Ed è forse per questa incapacità di mollare tutto e di abbandonarsi al nichilismo che vale la pena — comunque — ridurre le sigarette, rendere omaggio con le poesie all’umanità sconfitta da guerre, tendenze suicide e intelligenza artificiale, e combattere contro la morte desiderata e concessa per accorciare le sofferenze. Una specie di crepuscolare ma irriducibile istinto vitale, nonostante tutto.
Da dove nasce questo impegno contro l’eutanasia, al quale lei dedica pagine bellissime nel romanzo «Annientare»?
«C’è già un passaggio nella Carta e il territorio (con il quale Houellebecq vinse il Prix Goncourt nel 2010, ndr). Sono sempre stato contro l’eutanasia, sin dagli anni Novanta. È abbastanza curioso, peraltro: il mio primo editore stava nello stesso palazzo dell’Associazione per il diritto a morire con dignità».
E che cosa la infastidiva?
«L’uso della parola dignità mi ha sempre esasperato. La dignità viene evocata di continuo, a sproposito».
Che cosa significa «dignità» oggi?
«Grosso modo si parla di dignità per dire che si è ancora in buono stato, presentabili, insomma non troppo ripugnanti per gli altri. Ma non è affatto il senso filosofico, tradizionale, della dignità. Normalmente la dignità è qualcosa che non si può perdere, quale che sia il proprio stato di salute. Gli unici a dire la verità sono i medici, talvolta: la dignità, oggi, è legata in gran parte al controllo delle proprie facoltà di espressione. A mio avviso quindi il dibattito sull’eutanasia è viziato da un menzogna in partenza».
C’è la paura che alcune persone malate o anziane non siano più in grado di esprimere quello che sentono, e che provino una grande sofferenza.
«L’argomento della sofferenza fisica è un’altra menzogna, secondo me, perché ormai la si può controllare. Su questo abbiamo fatto grandi progressi, a lungo i medici non si sono occupati granché della sofferenza fisica, quando capivano che non potevano salvare il paziente avevano la tendenza ad abbandonarlo, non è più così».
E la sofferenza psicologica?
«Per dirlo un po’ brutalmente, non la prendo granché sul serio, rispetto alla vera sofferenza fisica. Oggi le cure palliative con i derivati della morfina funzionano, e si può ancora migliorare. Comunque, anche sull’eutanasia, i politici sono sconnessi dai cittadini. (Houellebecq mostra un documento, è l’ultimo sondaggio sull’eutanasia realizzato dalla Fondapol, Fondazione per l’innovazione politica, diretta dallo stimato ricercatore Dominique Reynié). Una leggera maggioranza dei cittadini, il 52% , è contraria all’eutanasia, che di solito viene presentata come un inevitabile e auspicato progresso sociale. Ma quel che è più sorprendente, è che tra gli oppositori all’eutanasia ci sono più elettori di estrema sinistra che di estrema destra; più i cittadini sono giovani, più sono contrari all’eutanasia; e gli abitanti delle città, in particolare i parigini, sono ancora più contrari di chi vive in campagna. I leader politici insomma dicono il contrario dei loro elettori. Ma tutto l’approccio è falsato. (Houellebecq mostra un altro passaggio della ricerca). Dipende da come viene posta la questione: l’Associazione per il diritto a morire nella dignità parla di “malattie insopportabili e incurabili”, quando la medicina ormai permette di gestire la sofferenza e sopportare le malattie».
Perché allora tante persone si battono per il diritto all’eutanasia e al suicidio assistito?
«Penso che resista ancora l’argomento della libertà».
La libertà di morire?
«Sì. La libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero. Parlare di dignità mi pare falso, pretendere che si tratti di compassione è un’altra falsità, a mio avviso. La compassione è alleviare le sofferenze, non uccidere. La libertà invece è un vero argomento, che comprendo ma non mi pare sufficiente. L’eutanasia viene vista come una nuova inevitabile battaglia civile progressista, ma penso invece che non sia affatto progressista. L’eutanasia e il suicidio assistito mi appaiono come soluzioni del passato, visto che oggi siamo in grado di combattere il dolore».
Questo dibattito verrà influenzato anche dalle ricerche sulla coscienza, sul confine tra fasi terminali della vita e morte che sembra meno netto di quanto supponessimo in passato?
«È possibile. Ignoriamo ancora molto di quel che succede nel cervello delle persone che non possono esprimersi. Io stesso già ora provo cose che non riesco a comunicare a voce, e neanche con la scrittura, a dire il vero. È sempre stato così, quel che succede all’interno di me è molto più vasto di quel che posso comunicare».
Le ipotesi di eutanasia e suicidio assistito contribuiscono al sentimento che l’umanità sia minacciata, prossima alla fine?
«Sì, perché ci sono molti indizi. Il primo, il più evidente, è la demografia. Il calo demografico è un segno della volontà di scomparire. Per una società è lo strumento di fuga più chiaro».
Lei lega questa sorta di suicidio demografico all’eutanasia?
«C’è un desiderio di morte. Non totalmente consapevole, e non solo in Occidente. Pensiamo alla Cina o al Giappone o alla Sud Corea, i Paesi asiatici più avanzati. È molto difficile da spiegare, ma tutto lascia pensare che esista un principio di autodistruzione nella modernità. Da lettore di fantascienza posso dire che il mondo attuale comincia ad assomigliare a certe predizioni, non tutte catastrofiche. Volendo essere ottimisti, chi verrà dopo di noi potrebbe sostituirci in modo vantaggioso».
Una delle canzoni si intitola «Le dialogue des machines», il dialogo delle macchine. «A lungo ci sono stati esseri che assomigliavano a noi, che si mettevano in cerchio per sfuggire ai lupi… Presto si stabilirà il dialogo delle macchine».
«Credo che l’avvento dell’intelligenza artificiale sia inarrestabile, perché funziona sempre meglio. E i vantaggi economici, in un sistema capitalistico come il nostro, sono evidenti. Le macchine sono lavoratori docili, efficaci, che non fanno sciopero e non aprono vertenze sindacali. Almeno per ora».
Usa ChatGPT, Claude o altri assistenti?
«Non troppo. Me ne servo un po’ per divertirmi, gli chiedo di scrivere delle cose, sono curioso di vedere il risultato… Credo che il cammino delle macchine sia inarrestabile».
Il titolo dell’album è «Ricordatevi dell’uomo», con i suoi versi sulle musiche di Frédéric Lo, più dolci che angoscianti. Nonostante gli orrori, l’uomo meriterà di essere ricordato?
«Sì. Il mio è un omaggio all’umanità, verso la quale tutto sommato provo affetto. L’umanità comunque ha fatto grandi cose… Forse questo affetto è più grande adesso perché sappiamo che l’umanità sparirà presto».
Che cosa mancherà al mondo, quando gli uomini non ci saranno più?
«L’amore, i sentimenti, a meno che i robot non siano in grado di svilupparli a loro volta, cosa che per adesso non possiamo sapere. E poi, per fare piacere ai nostri lettori italiani, la Pietà di Michelangelo, per esempio».
C’è un fondo buono nell’umanità, superiore alle atrocità commesse?
«Non so, su quale sia il carattere prevalente non riesco a pronunciarmi. Direi, più banalmente, che provo affetto per l’umanità che sta finendo perché ne faccio parte».
Quest’idea di un’umanità ormai alla fine, destinata a scomparire per come l’abbiamo sempre conosciuta, ricorre nella sua opera. Nella «Possibilità di un’isola», che lei ha scritto nel 2005, Daniel viene soppiantato dai vari Daniel clonati, i neo-umani. Era l’epoca della setta dei raeliani che annunciava di avere clonato il primo essere umano, quello sembrava lo sbocco.
«Devo dire che è sorprendente: l’informatica e le tecnologie digitali sono state più veloci della genetica. All’epoca credevo il contrario».
Poi c’è tutta la corrente transumanista della Silicon Valley, che prevede un’ibridazione uomo-macchinacome unica possibilità che dell’umanità resti qualcosa.
«Questo non mi fa poi così paura. Una connessione tra neuroni e micro-chip per aggiungere capacità al cervello umano. Ma è anche possibile che si imponga una visione religiosa fondamentalista e che tutto questo venga rigettato. Non è l’esito più verosimile, ma non possiamo escluderlo. Penso comunque che la demografia in calo nei Paesi più sviluppati avrà conseguenze fatali. A un certo punto potrebbe non esserci altra soluzione che la sostituzione dell’uomo con i robot».
Nei primi versi della raccolta lei si rivolge in particolare agli «Occidentali». Per quale motivo?
«Solo perché io stesso sono occidentale, ma la crisi dell’umanità riguarda tutti. Se fossi coreano sarei ancora più pessimista. Ma mi colpisce molto anche la demografia stanca dell’Italia, un Paese che siamo abituati ad associare allo slancio vitale, e a un cattolicesimo che resiste nonostante tutto, molto più che in Spagna».
Nella sua opera c’è molto dolore, lei descrive spesso la solitudine, la malattia. Ma tutto è più struggente perché la speranza non finisce mai, persino le relazioni più consumate possono risorgere, come succede a Paul e Prudence in «Annientare».
«Quel romanzo nasce proprio per aggiungere ai miei argomenti consueti un nuovo tema, l’ipotesi di un amore che parte male, che di fatto finisce subito, con camere e vite separate, e che inaspettatamente riprende, quando lui si ammala di cancro. Di solito si racconta il contrario, la passione iniziale che poi si spegne. In quel caso ho cercato di esplorare un percorso opposto. Una coppia che finisce per ritrovarsi».
In «Souvenez-vous de l’homme» e «Combat toujours perdant» la guerra è una minaccia molto presente. Nei versi di «Autoroute», per esempio. «Disperato sull’autostrada/ Perdevo il conto dei morti, / Si annunciava una disfatta/ Lungo la frontiera del Nord». Le automobili, le autostrade, si incontrano spesso nei suoi libri.
«Vero (sorride): l’autostrada e l’ipermercato sono molto presenti, sono tra i miei sfondi abituali. Si tratta di vere creazioni contemporanee».
Qual è stata la sua reazione quando, dopo l’uscita della raccolta di poesie e dell’album, è scoppiata una nuova guerra in Medio Oriente, forse ancora più grave delle precedenti?
«Sono rimasto sorpreso, perché credevo che Donald Trump fosse davvero isolazionista. È stato eletto anche sulla promessa che si sarebbe dedicato ai cittadini americani e avrebbe lasciato perdere gli interventi militari nel resto del mondo, invece è accaduto il contrario. Mi sembra che alla fine l’imperialismo sia una tendenza di fondo degli Stati Uniti, mi domando se ci sia mai stato un momento in cui l’America non sia stata in guerra con qualcuno, se contiamo anche gli interventi nascosti come Cile e Nicaragua».
Un’altra canzone s’intitola «Il giorno dopo l’esplosione». Negli anni Ottanta la paura della bomba atomica era onnipresente, film come «The Day After», appunto, o «War Games», successivi al capolavoro di Stanley Kubrick «Il dottor Stranamore». Poi, caduto il Muro di Berlino, la catastrofe nucleare è finita in fondo alle preoccupazioni dei cittadini. Adesso quella paura sta tornando?
«È curioso, stranamente all’epoca io non avevo paura della bomba, ero convinto che l’equilibrio del terrore funzionasse: Usa e Urss non potevano attaccarsi pena la distruzione reciproca, e poi, come cantava Sting in Russians, anche i russi amano i loro bambini».
E adesso?
«Quel che mi fa davvero paura sono le armi nucleari tattiche, cioè la possibilità che in uno di questi teatri di guerra uno dei protagonisti possa decidere di usare una bomba atomica più piccola, magari non devastante come Hiroshima, ma comunque un’esplosione nucleare in grado di rompere il tabù, e scatenare una reazione a catena. Esiste tutta una gamma di bombe nucleari, a disposizione di tanti Paesi».
L’apocalisse nucleare è tornata una minaccia per un’umanità dalle tendenze suicide?
«Sì, e a questo proposito il gusto di certi islamisti per il martirio è inquietante, se pensiamo che anche il Pakistan ha la bomba, e questo non sembra preoccuparci più di tanto. Abbiamo sempre pensato, ai tempi dell’Urss, che i russi non si sarebbero suicidati. Quanto agli islamisti, non ne sono così sicuro. Ma sulla paura della guerra, un episodio mi ha davvero terrorizzato: quando il presidente Emmanuel Macron ha parlato di mandare truppe di terra in Ucraina. Lì ho pensato che fossimo davvero arrivati a un passo dalla catastrofe».
Ma Macron ha chiarito che si trattava solo di garantire un eventuale cessate il fuoco in Ucraina, una volta finiti i combattimenti. Non ha mai pensato di mandare soldati a combattere i russi.
«Sì, ma non è quello che è arrivato ai cittadini, non è quello che molti hanno compreso. Ci siamo chiesti se fosse diventato matto, a pensare di mandare nostri soldati in Ucraina».
Sempre in «Autoroute» c’è un passaggio su un «sole dai colori variabili» che «plana su un orizzonte opaco mentre ognuno si prosterna davanti a ciò che è apparso, a ciò che può essere ammirato». Fa venire in mente una magnifica scena di un film catastrofico degli anni Settanta, « Soylent Green» di Richard Fleischer, con Charlton Heston e Edward G. Robinson. Nel 2022 la Terra è diventata un posto spaventoso, devastato dall’inquinamento, la sovrappopolazione, la mancanza di cibo e l’assenza di verde. Il governo propone il suicidio assistito nei Templi, dove il protagonista sceglie di andare a morire tra le lacrime accompagnato dalle musiche di Ciajkovski e Beethoven, davanti a un schermo che gli offre ultime meravigliose immagini della Terra: cervi che corrono sui prati, cascate, il sole all’alba…
«L’ho visto, è una scena sconvolgente. Il film è molto superiore al libro da cui è tratto (Largo! Largo! di Harry Harrison, ndr), e quello è l’ultimo straordinario ruolo di Edward G. Robinson, che morirà poco dopo. Ma insisto, la maggior parte dei filosofi, e tutte le religioni, si oppongono all’eutanasia e al suicidio assistito. Penso che dovremmo continuare quella tradizione, nonostante tutto. Ogni epoca pensa di essere migliore di quella che l’ha preceduta, ma è una pretesa non sempre giustificata. Guy de Maupassant, che amo molto, ha scritto racconti dolorosi sul tema della fine della vita».
Dalla lettura e dall’ascolto dei suoi versi sulla fine del mondo si esce stranamente attaccati alla vita.
«Nel migliore dei casi, la catarsi può funzionare. Forse Aristotele aveva ragione».





