
Il bottone più grande
11 Aprile 2026
La piramide di Pei: quando l’architettura rovescia il potere
11 Aprile 2026
di Pierluigi Piccini
Ho un fastidio crescente quando leggo i giornali o ascolto i telegiornali. Non è stanchezza, non è disattenzione. È qualcosa di più preciso: la sensazione che le notizie girino su sé stesse senza mai toccare il fondo delle cose. Che tutto sia già detto nel momento in cui viene detto, e che non resti nulla su cui soffermarsi davvero.
Me lo sono chiesto: è una mia sensazione, o il tutto gira davvero sul nulla?
Credo che la risposta onesta sia che il problema è strutturale, non biografico. Il giornalismo contemporaneo si è progressivamente separato dalla funzione cognitiva per servire quella emotiva. Non informa per capire, ma per reagire. Il ciclo dell’attenzione si è accorciato al punto che ogni notizia deve essere immediatamente consumabile, deve produrre un’emozione — indignazione, sorpresa, paura, orgoglio — e deve lasciare subito spazio alla successiva. La profondità, il “perché accade questo?”, è quasi sempre assente, perché richiede tempo, competenza, e soprattutto un lettore disposto a sostare.
Quello che avverto come mancanza di centro è precisamente questo: la notizia senza senso del luogo nel mondo. I fatti galleggiano. Non sono situati in una catena causale, in una storia lunga, in un contesto di forze che li determina. Heidegger direbbe che manca il Dasein della notizia — il suo essere-nel-mondo. La cosa accade, ma non abita da nessuna parte.
C’è poi un secondo livello che aggrava tutto: il linguaggio giornalistico si è standardizzato in forme rituali che producono l’effetto di informazione senza informare davvero. Le aperture, i titoli, le chiusure seguono schemi appresi dal mercato dell’attenzione digitale. Quando tutto ha la stessa forma, nulla ha forma propria. Si riconosce il genere, non il pensiero.
Il fastidio che sento è, in fondo, un riflesso di formazione. Chi ha frequentato il pensiero — la filosofia, la storia lenta, la saggistica densa — sviluppa un’allergia alla notizia amorfa. Non è snobismo. È semplicemente che si finisce per avere un metro interno per distinguere il pensiero dal rumore, e il rumore diventa insopportabile proprio perché si capisce cosa manca.
Quello che manca quasi sempre è il terzo tempo: la notizia che torna su sé stessa dopo una settimana e chiede — cosa stavamo davvero guardando? Chi ci guadagnava? Cosa non vedevamo? Quel tempo di ritorno, di riflessione sulla propria stessa percezione, è quasi completamente scomparso dall’informazione pubblica italiana.
Rimane, sparso, in certi reportage lunghi, in alcune riviste di nicchia, nel saggismo travestito da cronaca che qualcuno ancora pratica. Ma sono isole. Il continente è rumore.
E forse il fastidio, alla fine, è anche questo: sapere che il continente potrebbe essere altro, e vederlo sprecare ogni giorno.





