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13 Ottobre 2026Il secondo comma dell’articolo 3 è un compito, non un ornamento: la sinistra lo ricordi anche quando smette di applaudirsi
di Pierluigi Piccini
Quando una deputata della Repubblica prende la borsa ed esce dall’Aula perché non regge più quello che sente dai banchi in alto, non ha perso lei. Ha perso il Parlamento. Lo ha detto bene, l’altra sera alla Camera, Gianni Cuperlo. Rispondeva agli otto interventi in fila degli eletti di Futuro Nazionale. Ouidad Bakkali era seduta due file sotto di lui. A un certo punto non c’era più.
Bisogna partire da quella sedia vuota, perché dice più di tutti i discorsi. Gli interventi della destra radicale avevano un filo preciso: elencare nomi. Non Mario, Giuseppe e Maria, ma nomi stranieri di cittadini italiani, citati come prova di un’invasione. È un’operazione semplice e antichissima. Si prende il nome proprio, che è la cosa più intima di una persona, e lo si trasforma in un certificato di estraneità. L’italiano diventa una questione di suono. Chi suona giusto appartiene, chi suona storto è ospite, nel migliore dei casi.
Contro questo, Cuperlo ha richiamato l’articolo 3 della Costituzione. Giustamente il secondo comma, quello che molti giuristi considerano il vero capolavoro della Carta: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l’uguaglianza. Ha ricordato chi lo scrisse, un socialista, un grande giurista, una ragazza comunista di venticinque anni. È una genealogia bella, e vera.
Ma va detta fino in fondo la cosa che quel comma contiene. La Repubblica, lì, non si definisce per quello che è. Si definisce per quello che deve fare. Non è un’identità, è un compito. Non dice chi siamo per sangue, per nome, per origine: dice che cosa dobbiamo togliere di mezzo perché ciascuno possa essere pienamente cittadino. È esattamente l’opposto della lista dei nomi. Da una parte l’appartenenza come dato, che si eredita e si può negare a chi non l’ha ricevuta. Dall’altra l’appartenenza come opera comune, che si costruisce e a cui chiunque può essere chiamato. Il razzismo che si è sentito in Aula non è solo una cattiveria verbale. È un’altra idea di comunità politica, chiusa, genealogica, che i costituenti avevano visto all’opera e avevano scelto di seppellire.
Fin qui la difesa regge, e va riconosciuta. Poi però il discorso ha preso un’altra piega. Cuperlo, che il cinema lo conosce e lo usa bene, ha evocato Tutti a casa: Alberto Sordi al telefono da campo che annuncia al colonnello che i tedeschi si sono alleati con gli americani. Poi l’ironia sui calciatori che non esultano contro la squadra che hanno lasciato. E la chiusa: attaccate noi, perché i vostri avversari siamo e saremo sempre noi.
È una battuta efficace, e rivela più di quanto vorrebbe. Dice che Futuro Nazionale, appena uscito dalla coalizione di governo, sta sparando anche sui vecchi alleati, e che questo è confusione. Forse. Ma è anche il segnale che quel linguaggio non nasce fuori dalla maggioranza: ci è cresciuto dentro, ci ha trovato casa, e adesso si mette in proprio. La destra di governo dovrebbe guardare con freddezza quello che ha incubato. La sinistra, invece, dovrebbe evitare la tentazione di definirsi soprattutto come il bersaglio giusto. Rivendicare di essere il nemico è comodo: garantisce un’identità senza obbligare a nulla.
E qui torna il secondo comma, che non è una reliquia da esibire nelle serate difficili. Rimuovere gli ostacoli, di fatto. Le parole pesano. La cittadinanza ai ragazzi nati e cresciuti qui, rimasta per anni ferma tra timidezze e calcoli. Le periferie dove i figli dei nuovi italiani e quelli dei vecchi italiani poveri condividono gli stessi ostacoli, e nessuno li toglie. La scuola che dovrebbe essere il luogo dove un nome straniero diventa semplicemente un nome. Su questo terreno la sinistra non ha sempre avuto il coraggio che oggi rivendica in Aula. Ha difeso la Costituzione meglio di quanto l’abbia applicata.
Il discorso di Cuperlo merita rispetto. Ha detto cose che andavano dette, nel momento in cui andavano dette, a poche ore dalla celebrazione degli ottant’anni della Repubblica. Ma la risposta più forte alla lista dei nomi non è un’altra lista, quella dei padri e delle madri costituenti. È fare in modo che la prossima volta Ouidad Bakkali resti seduta. Non perché le parole saranno più garbate, ma perché la Repubblica avrà fatto il suo compito, e quelle parole non troveranno più nessuno disposto ad ascoltarle.





