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21 Settembre 2026Il tetto agli studenti stranieri e il velo vietato: una legge per le urne, non per la scuola
Conviene partire dalla carta geografica, perché è lì che l’annuncio si sgonfia. Gli alunni senza cittadinanza sono quasi un milione, poco meno del dodici per cento degli studenti, e non a caso: due terzi frequentano scuole del Nord, la sola Lombardia ne raccoglie oltre un quarto. Le classi da cambiare sono quelle dell’Italia che lavora — Emilia, Veneto, cintura milanese — non quelle di un Sud sotto la media. La concentrazione segue la mappa del lavoro e delle case, non quella delle culture.
C’è poi il dato che smonta la premessa: la maggioranza di questi ragazzi è nata in Italia. Quasi due su tre non hanno la cittadinanza pur essendo venuti al mondo qui; in alcune comunità i nati in Italia superano l’ottanta per cento. Parlano l’italiano come e meglio dei compagni, spesso senza conoscere davvero un’altra lingua. Il tetto, presentato come strumento per far imparare la lingua, colpirebbe soprattutto chi la possiede dalla nascita. Quando una misura sbaglia così il bersaglio, il bersaglio vero è un altro.
Ed è simbolico. Dietro la stretta si agita l’allarme per una presunta islamizzazione della scuola, e non a caso il pacchetto lega il tetto sugli stranieri al divieto del velo integrale tra i banchi — fenomeno numericamente irrilevante, ma dall’alto potere evocativo. È l’innesto che trasforma una questione di organizzazione scolastica in una battaglia di civiltà, spendibile non nelle aule ma nei comizi. Non a caso è stato lanciato da un palco di partito, nella domenica in cui il generale che contende alla premier lo spazio a destra teneva la sua kermesse sovranista. Lei finge di non nominarlo e gli risponde punto per punto; lui la ringrazia dandole ragione: si doveva fare prima. Una gara a chi è più intransigente, giocata sulle classi dei nostri figli.
Il paradosso è che la norma esiste già. Il limite del trenta per cento è scritto in una circolare del 2010, riferito proprio agli alunni con scarsa conoscenza dell’italiano, e non è mai stato applicato: aggirato da migliaia di deroghe e dal principio, mai cancellato, per cui una scuola non può rifiutare l’iscrizione di un minore. Legiferare su ciò che è già regola significa una cosa sola: non interessa la regola, interessa l’annuncio. I dirigenti l’hanno definita irrealizzabile, e hanno ragione: il bambino di troppo dove lo si manda, gli si fa attraversare la città ogni mattina per rispettare una percentuale?
Le cause, del resto, stanno altrove. La concentrazione nasce dove le famiglie possono abitare, tra affitti bassi e servizi che mancano: la scuola fotografa una segregazione prodotta dal mercato immobiliare. Non è un problema di numeri in classe, è un problema urbanistico e sociale, da affrontare con politiche della casa e cura dei quartieri. E dove il nodo è davvero linguistico — chi arriva da preadolescente — la risposta non è un divieto ma il suo contrario: insegnanti di italiano come seconda lingua, mediatori, ore, continuità. Tra chi non ha la cittadinanza l’abbandono quadruplica quello degli italiani: non lo si sana espellendo, lo si combatte con risorse e tempo.
Resta la ferita che nessun decreto sfiora: la cittadinanza. Contiamo come stranieri centinaia di migliaia di ragazzi italiani in tutto tranne che nel certificato, e li trattiamo come quota da contenere. Il vero deficit d’integrazione non è tra i banchi, è in una legge sulla cittadinanza rimasta immobile, che fabbrica cittadini di serie B là dove ci sono soltanto figli di questo Paese.
La scuola ha fatto gli italiani da una penisola di dialetti: farne uno strumento di separazione anziché di legame significa smontare il pezzo di Stato che meglio ha funzionato. Governare un problema e metterlo in scena sono mestieri diversi: il primo chiede case, insegnanti, una cittadinanza che riconosca chi è già dei nostri; il secondo, solo un palco e un nemico da evocare. La domenica dei raduni ha scelto il secondo. Ma il lunedì, quando le classi si riempiono, il conto lo pagano i ragazzi e gli insegnanti che li aspettano con i mezzi insufficienti di sempre.





