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21 Settembre 2026La Lega tra il congresso e la nostalgia: a Pontida e a Orvieto si gioca quale destra verrà
Nello stesso fine settimana due raduni hanno raccontato, meglio di qualsiasi sondaggio, in che direzione si muove la destra italiana. Sul pratone di Pontida, intitolato quest’anno a Umberto Bossi scomparso in marzo, Matteo Salvini ha spiazzato tutti convocando un congresso straordinario per ottobre. A pochi chilometri di distanza, a Orvieto, Roberto Vannacci e Gianni Alemanno hanno celebrato le nozze di un nuovo soggetto sovranista, benedette dall’ultradestra tedesca. Due scene lontane per liturgia e linguaggio, eppure tenute insieme dallo stesso nodo: l’esaurimento di una forma politica e la fatica di trovarne un’altra.
A Pontida la partita si è giocata negli ultimi minuti del discorso del segretario. “Chiedo alla mia famiglia se ho ancora la sua fiducia”, ha detto, promettendo un voto per alzata di mano. La mossa non è stata concordata con nessuno, e proprio in questo sta la sua natura: trasformare un conflitto d’identità in un plebiscito di lealtà. Perché il malessere che da mesi attraversa il partito non è un problema di consensi personali, ma di direzione. L’ala del Nord chiede più collegialità, un ritorno all’autonomia e al federalismo, perfino una riorganizzazione confederale su tre grandi aree territoriali. Chiede, in sostanza, che la Lega torni a essere ciò per cui era nata: la rappresentanza di un territorio contro il centro. Convocare il congresso significa spostare la discussione dal merito alla fedeltà, sapendo che sul piano dei delegati il vantaggio del leader è schiacciante.
Ma dietro la contabilità congressuale c’è una questione più profonda, ed è la morte simbolica del bossismo. La Lega delle origini difendeva i luoghi, i campanili, l’amministrazione concreta contro l’astrazione romana. Oggi è tentata da un ruolo nazionale e sovranista che dissolve proprio quella genealogia. Il fondatore è scomparso da pochi mesi, e con lui rischia di spegnersi un intero modo di intendere la politica come radicamento. I governatori che lasciano il pratone senza rilasciare dichiarazioni non sono soltanto avversari interni: sono i custodi di un’eredità che non trova più spazio nel racconto centralista.
Se Pontida è il luogo di una forma che si consuma, Orvieto è quello in cui la nuova forma si mostra senza infingimenti. Qui non c’è nostalgia del territorio, ma un progetto compiutamente nazionale: la rivendicazione aperta di una discendenza che il resto della destra di governo preferisce tenere in ombra, l’asse con la destra radicale europea, l’ostilità frontale all’Unione, il richiamo esplicito a un’area filorussa. È la versione pura di ciò che altrove è rimasto abbozzato. E soprattutto c’è una parola d’ordine che suona come una dichiarazione di guerra all’intero campo: il voto utile appartiene a chi non media, a chi non si è lasciato addomesticare dal potere. Una sfida rivolta non alla sinistra, ma alla presidente del Consiglio e alla sua capacità di tenere insieme la coalizione.
Il punto che dovrebbe interessare chi amministra davvero è proprio questo. La nazionalizzazione della destra svuota il locale, sostituisce ai problemi concreti le grandi identità immaginarie, trasforma la politica in un teatro di simboli mentre i luoghi restano senza rappresentanza. È un movimento che percorre l’Europa da anni: più il discorso si alza verso la nazione e la civiltà, più si allontana dalle strade, dai bilanci comunali, dalle scelte che cambiano la vita delle persone. La retorica dell’appartenenza è comoda perché non richiede risultati, solo nemici.
Il congresso di ottobre, con ogni probabilità, confermerà l’attuale leadership. Ma non risolverà la migrazione più lenta e profonda che quei due raduni hanno reso visibile: il passaggio dal territorio alla nazione, dal governo delle cose alla proclamazione dell’identità. È una deriva che non si ferma con un’alzata di mano. E lascia aperta la domanda che nessuno, né a Pontida né a Orvieto, ha voluto porsi: a chi parla ancora una politica che ha smesso di occuparsi dei luoghi in cui la gente vive.





