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di Massimo Franco
Ha l’aria di una mossa preventiva. Una riforma elettorale da presentare prima del referendum sulla giustizia, per oscurarne il risultato qualora prevalessero i No. Oppure per dare maggiore spinta al governo dopo una vittoria dei Sì. Quello di ieri è comunque un blitz che somiglia a un esorcismo contro l’incertezza. E fa capire come l’esecutivo pensi già alla campagna per le Politiche: a costo di approvare da solo un sistema che, nelle sue intenzioni, renderebbe difficile qualunque rimonta delle opposizioni.
Non sarebbe la prima volta che una maggioranza si costruisce una blindatura elettorale. Né sarebbe la prima volta che il tentativo si trasforma in un boomerang. L’idea del «premio» in seggi per la coalizione che raggiunge e supera il 40 aderisce alle percentuali assegnate alla destra: anche se rischia di allungare spesse ombre di incostituzionalità e fa infuriare le opposizioni. La stessa eliminazione dei collegi uninominali mira a disarmare le sinistre scottate dal voto del 2022, e decise a non dividersi di nuovo.
Le motivazioni della riforma in apparenza sono paradossali. Si dice che servirebbe a garantire la stabilità, quando da tre anni e mezzo il governo di Giorgia Meloni va avanti, e si avvia al traguardo storico di fine legislatura. Evidentemente la ragione è altra. Il timore è che nel 2027 lo schieramento avversario possa riequilibrare i rapporti di forza, mettendo in discussione l’attuale subalternità numerica e politica. E il governo, rivelando una punta di insicurezza, corre ai ripari per scongiurare un «pareggio».
Il rischio di vedersi contestata una forzatura è palpabile. Non si tratta solo di vincere nelle urne, ma di avere un numero di seggi tale da eleggere senza l’opposizione il prossimo capo dello Stato; e magari di accelerare l’epilogo del secondo settennato di Sergio Mattarella. Non è solo per questo che dal Pd l’accordo notturno raggiunto a Palazzo Chigi tra gli alleati di governo è definito «irricevibile», però. L’obiettivo è di additare l’intesa come la seconda tappa di un rifiuto a dialogare già evocata sulla riforma della giustizia; e dunque di accreditare il «progetto autoritario» del quale Meloni viene accusata.
D’altronde, l’interesse del governo era di trovare un compromesso tra alleati. Per questo non sarà indicato il nome del candidato premier: FI e Lega, oltre che Nm, non vogliono essere schiacciati da FdI. Ma questo acuirà la competizione tra Pd e M5S, tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. I capi partito, tuttavia, saranno felici di non tornare alle preferenze: toccherà soltanto a loro decidere le candidature. Su questo, c’è da scommettere che siano d’accordo pure Schlein e Conte: anche se non lo ammetteranno mai.





