
Coppini, il notaio della garanzia diventato uomo di parte: l’intuizione sul futuro di Siena poteva avere senso, il metodo l’ha bruciata
28 Ottobre 2026
’Fashonriccio’ Dalle castagne tessuti di moda
28 Ottobre 2026La Dop economy non è una bacchetta magica: a Rocca Salimbeni si celebra un modello di ieri senza guardarne i limiti
Nota dell’autore. Per raccontare questa mattinata ho scelto una scrittura diversa dal solito, più vicina al racconto che alla cronaca: un divertissement. Alcuni passaggi sono romanzati: l’atmosfera della sala, i gesti, i cappotti, le scale all’uscita. Le parole pronunciate da Mauro Rosati e da Federico Fubini, i numeri e i fatti citati sono invece quelli riportati dalla stampa. Mi è sembrato il modo più giusto di guardare un evento che, a sua volta, raccontava una storia del passato, con tutti i suoi limiti.
di Pierluigi Piccini
Era una mattina di fine ottobre e la sala San Donato era piena. Gente del territorio, come si dice in questi casi. Produttori, presidenti di consorzio, funzionari, qualche politico. Cappotti sulle spalliere delle sedie, telefoni silenziati, quell’odore di legno antico e di riscaldamento acceso da poco che hanno le sale delle banche quando ospitano qualcosa che non è una banca.
Si presentava un libro. L’aveva scritto Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita, e raccoglieva venticinque anni di lavoro. Il titolo era «La filosofia della Dop Economy». Filosofia. La parola stava lì, sulla copertina, e nessuno sembrava trovarla strana.
Rosati parlò con la soddisfazione di chi ha avuto ragione. Disse che anni prima parlare di quelle cose faceva quasi ribrezzo, e che adesso era una medaglia al valore. Disse che il mondo guardava a quel modello. Disse che Trump lo combatteva perché era più equo del capitalismo. Poi diede i numeri. Il Prosecco, cinque miliardi, nato da un’invenzione amministrativa. L’aceto balsamico, due miliardi. Modica, dove i posti letto erano passati da settanta a duemilacinquecento grazie al cioccolato. La sala ascoltava. Qualcuno annuiva.
Poi toccò a Federico Fubini, vice direttore del Corriere della Sera. Era lui l’ospite che dava peso alla mattinata. Parlò di geopolitica, di economia, del mondo. Disse che stavamo vivendo un momento simile alla caduta del Muro di Berlino. La fine di un sistema. Con una differenza: allora si sapeva dove si voleva andare, oggi no. Disse che il potere d’acquisto stava crollando, che la tecnologia stava cambiando tutto, che l’Europa non poteva più dipendere dagli altri. Serviva autonomia strategica. Bisognava puntare sull’unicità. L’Italia è unica, disse, e non torneremo al mondo di ieri.
E qui, se uno stava attento, qualcosa non tornava.
Perché la conclusione di tutto quel discorso era il made in Italy e la Dop economy. Cioè proprio il mondo di ieri. Un modello costruito negli anni Novanta, cresciuto nei primi Duemila, che aveva funzionato, e bene. Ma che adesso veniva presentato come la risposta alla fine di un sistema. Si annunciava che niente sarebbe stato più come prima, e si proponeva la stessa cosa di prima.
E per giunta una cosa consumata. Non c’è angolo del Paese che non abbia la sua ricettina. Il formaggio della valle, il salume del borgo, il dolce della festa patronale, la sagra, il consorzio, il bollino, il convegno. Sempre uguale, da nord a sud. Un’unicità ripetuta in migliaia di copie smette di essere unica. Diventa un genere.
Nessuno in sala lo fece notare. Non era quel genere di mattinata.
Il fatto è semplice, a guardarlo da vicino. Avevano trovato un argomento. Uno solo. E lo usavano per tutto. C’era una crisi geopolitica? Dop economy. Una guerra commerciale? Dop economy. Il calo dei consumi, la tecnologia, l’Europa che non sa dove andare? Sempre la stessa risposta. Come una bacchetta magica che si tira fuori dalla tasca qualunque cosa succeda. È comodo. Rassicura. E rende indispensabile chi la tiene in mano, perché ogni crisi diventa la prova che aveva ragione.
Ma il mondo non è fatto così. Il mondo è complicato, e la complessità non si lascia ridurre a un argomento solo.
Bastava prendere gli esempi che erano stati portati in sala e guardarli un po’ più a lungo.
Il Prosecco, per esempio. Cinque miliardi, certo. Ma anche colline diventate un’unica distesa di vigne. Liti con i residenti per i pesticidi spruzzati vicino alle case e alle scuole. Terreni saliti a prezzi che un giovane non può nemmeno immaginare. Un paesaggio che da bene comune è diventato una macchina. Nessuno ne parlò.
Modica. Da settanta a duemilacinquecento posti letto. Detto così sembra una vittoria. Ma chi abita ancora in un centro storico quando ogni casa diventa un letto per i turisti? Dove va la gente che c’era prima? Anche questa domanda rimase fuori dalla sala.
E poi c’erano le cose che tutti sapevano e che nessuno disse. Che il vino si beve sempre meno, soprattutto tra i giovani, e che in Europa si torna a parlare di estirpare vigneti. Che i dazi americani colpiscono proprio i prodotti di cui si andava fieri. Che il clima sta cambiando, e un prodotto legato a un luogo soffre quando il luogo cambia sotto i piedi. Che nelle campagne restano soprattutto i vecchi. Che chi raccoglie l’uva e i pomodori spesso lavora in condizioni che con la comunità e la democrazia, parole pronunciate quella mattina, hanno poco a che fare. Che il marchio protegge un nome, ma non dice a chi finisce il denaro. Spesso finisce a pochi.
Nessuno di questi problemi si risolve con un altro bollino.
Un formaggio, un vino, un olio vivono se c’è acqua. Se il clima regge. Se l’energia costa il giusto. Se i ragazzi hanno un motivo per restare. Se ci sono scuole, medici, strade, una connessione che funziona. Se c’è una banca che presta soldi a chi lavora la terra, invece di prestare le sue sale a chi ne parla. Basta togliere uno di questi fili e la Dop diventa un’etichetta su qualcosa che nessuno fa più.
A proposito di banche. Il luogo, quella mattina, aveva qualcosa di strano. Si parlava di autonomia strategica e di difendere la propria unicità dentro Rocca Salimbeni. Lì, per secoli, Siena era stata davvero autonoma. Aveva avuto la sua banca, il suo denaro, le sue decisioni. Poi l’aveva perso. E l’aveva perso proprio così: credendo che il modello che aveva funzionato avrebbe funzionato per sempre. Amministrando una rendita senza accorgersi che il mondo, fuori, si muoveva. Era una lezione che la città avrebbe dovuto conoscere a memoria. Ma le pareti non parlano, e i convegni nemmeno.
Anche quella frase di Rosati, sul ribrezzo, a ripensarci era curiosa. Non era vero che anni fa parlare di indicazioni geografiche desse fastidio. A Siena e in Toscana avevano avuto appoggi, soldi, attenzione fin dall’inizio. Ma raccontarsi come pionieri incompresi ha un vantaggio. Fa sembrare la propria idea la svolta. E una svolta, si sa, non si mette in discussione.
Alla fine ci furono gli applausi. La gente si alzò, riprese i cappotti, scambiò qualche parola sulle scale. Fuori l’aria era fresca. Il centro era quello di sempre, bello e un po’ stanco.
Il patrimonio di qualità che l’Italia possiede è una ricchezza vera. Nessuno lo nega. Ma è una parte del discorso, non il discorso intero. Chi lo scambia per la soluzione di tutto finisce come certi uomini che si ostinano a fare la stessa strada perché una volta li ha portati a casa. Continuano a camminare. E non si accorgono che la casa, nel frattempo, è stata spostata altrove.
Anche perché, tolta la Dop economy, a loro che cosa resterebbe?





