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A novembre 2026, il Santa Maria della Scala di Siena aprirà le sue sale alla mostra Santa Caterina da Siena, estasi e ardore, curata da Alessandro Angelini con Gabriele Fattorini e Michele Maccherini. Il percorso coinvolgerà non solo gli spazi del museo ma anche luoghi simbolici della città Siena Comunica, in una scelta che non è casuale: Caterina Benincasa non appartiene a un edificio, appartiene a una città intera e, attraverso di essa, a un’Europa che ancora non ha finito di misurarsi con la sua eredità. Il sindaco Nicoletta Fabio ha voluto ricordare che Santa Caterina è una personalità più battagliera di quanto forse non la si sia voluta rappresentare RadioSienaTv. È un’osservazione giusta, e vale come premessa per capire cosa si vedrà in quella mostra — e cosa si rischia di non vedere, se ci si ferma all’iconografia della mistica in estasi.
C’è una storia sotterranea che percorre il Medioevo europeo come una vena di acqua viva sotto la roccia: la storia delle donne che imparano a scrivere non per conquistare un privilegio, ma perché il cuore è pieno e rischia di scoppiare. Non è una metafora: è la formula di Caterina stessa, la mantellata senese che nel 1377, mentre la Toscana bruciava di conflitti politici e sociali, annunciava al suo confessore di aver ricevuto in dono dalla Provvidenza «l’attitudine dello scrivere». Un’analfabeta che impara a leggere dentro le mura di un convento. Una donna che detta visioni cosmologiche a un monaco. Una beghina bruciata sul rogo per aver preteso di far leggere il proprio libro ai dotti.
Queste figure non sono eccezioni: sono i nodi visibili di una costellazione. Ildegarda di Bingen, che compone 26 visioni, un’enciclopedia, 390 lettere. Chiara d’Assisi, le cui epistole ad Agnese di Boemia restano gioielli dimenticati della prosa medievale. Angela da Foligno, le cui visioni vengono tradotte in un memoriale da un frate minore che la confessa. E Margherita Porete, la cui fine sul rogo nel 1310 segnala l’esatto punto in cui il pensiero femminile tocca il limite invalicabile del controllo maschile sul sapere.
Ciò che accomuna queste donne non è la santità, ma qualcosa di più preciso e più inquietante per l’ordine costituito: la pretesa di un’autorità interiore che non passa per le istituzioni. La scrittura nasce dall’esperienza mistica, ma non si esaurisce in essa. Diventa strumento di riforma, di intervento nel mondo, di pressione sul potere. Caterina scrive quasi quattrocento lettere a papi, principi, condottieri. Pretende che il papa torni a Roma. Interviene sullo scacchiere geopolitico con una voce che i suoi contemporanei stentano a collocare, perché viene da dove non dovrebbe: da una «donnicciola», come la definisce il papa stesso.
La mostra del Santa Maria della Scala è dunque un’occasione rara: non solo per vedere le opere, ma per restituire a questa figura la sua vera natura. La mistica femminile medievale non è fuga dal mondo. È la scoperta — scandalosa allora, non del tutto pacificata oggi — che la parola interiore, quando è abbastanza piena, non può restare silenziosa.





