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Oggi è il 24 ottobre, il giorno annunciato. «Ci vediamo il 24 con le macchine: dopo 40 minuti tutti arrestati». Da una settimana messaggi come questo girano sui telefoni dei ragazzi senesi. Parlano di «invasione di maranza», di irruzioni nelle scuole, di violenze contro le ragazze, perfino di una lista di vittime con nomi e cognomi. Il modello dichiarato sono gli scontri di Milano, Torino e Bologna.
I fatti sono più sobri dei titoli. Il prefetto Romeo ha disposto un monitoraggio continuo e ammette che nel Senese non ci sono segnali di rilievo. La Digos esclude legami con l’area antagonista. Non c’è un’organizzazione: c’è un contagio. Sono messaggi che rimbalzano da una città all’altra e che, nell’anonimato della chat, diventano minaccia senza diventare responsabilità. Accostarli alle proteste contro il carovita, come ha fatto il giornale, è un errore. Chi protesta esercita un diritto, chi promette violenze annuncia un reato. Mescolarli dà ai secondi la visibilità che cercano.
Il dato inquietante è l’immaginario che quei messaggi rivelano. La violenza è spettacolo. L’arresto non fa paura, è messo in conto come il finale previsto di una partita. Le ragazze diventano bottino. Non c’è una causa: c’è un vuoto che si riempie di gesti presi in prestito da uno schermo.
La risposta istituzionale pende tutta dal lato della sicurezza: controllo dei cellulari, nuove norme penali, perfino il saluto ai militari della Folgore mandati a Milano. È necessario, ma insufficiente. Si può sorvegliare un telefono, non un immaginario. Una chat chiusa ne apre un’altra.
L’unico segnale diverso viene da un preside che ha scritto a studenti e famiglie. Ma una lettera non basta, e nemmeno una lezione in più. Quel vuoto ha cause precise: ragazzi senza luoghi propri, pomeriggi e sere consegnati allo schermo, un mondo adulto che compare solo per controllare o per punire. La risposta deve essere altrettanto concreta. Servono scuole aperte oltre l’orario delle lezioni e educatori di strada nei posti dove i ragazzi stanno davvero. Servono spazi che possano gestire da sé, assumendosene la responsabilità. E serve una pretesa precisa verso le piattaforme, che lucrano su quel contagio senza risponderne. È lavoro di comuni, scuole e servizi, e costa più di una perquisizione. Se oggi non accadrà nulla, non archiviamo tutto come un falso allarme. Il messaggio è arrivato comunque: a quei ragazzi manca un posto nel mondo degli adulti, e nessuna sorveglianza glielo restituirà.





