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15 Ottobre 2026C’è un momento, nella vita di ogni alleanza, in cui la fedeltà smette di coincidere con l’obbedienza. Giorgia Meloni lo ha toccato ieri in Parlamento, nelle comunicazioni al Senato e alla Camera in vista del Consiglio europeo di Bruxelles del 15 e 16 ottobre. L’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso da Donald Trump, ha detto la premier, è una scelta molto rischiosa, perché legittima Mosca. Una frase breve, che però rompe un’abitudine: quella di un governo che finora aveva cercato di presentarsi come ponte tra Washington e Bruxelles, evitando ogni parola che potesse irritare la Casa Bianca.
Il ragionamento di Meloni tiene insieme due piani. Il primo è economico: l’impennata dei prezzi dei carburanti, ha spiegato, dipende soprattutto dalla guerra in Iran e non dal conflitto in Ucraina, dunque riaprire il rubinetto russo non risolve il problema e regala a Putin un argomento politico. Il gas russo, ha aggiunto con una battuta che resterà, costa meno solo ai russi. Il secondo piano è strategico: il sostegno a Kiev non è alternativo alla pace ma è ciò che la rende possibile, perché la resa non è pace, è conquista. E Putin, secondo la premier, provoca l’Europa per distogliere l’attenzione dall’andamento del conflitto, cercando un nuovo nemico da offrire al proprio fronte interno.
Le reazioni dicono molto. Da Kiev è arrivato l’apprezzamento, mentre Zelensky annunciava al Financial Times la ripresa degli attacchi alle raffinerie russe, cioè proprio a quel petrolio che l’accordo americano vorrebbe rimettere in circolo. Da Mosca la portavoce Zakharova ha liquidato la questione come qualcosa che non riguarda Meloni, segno che il colpo è arrivato. In aula Giuseppe Conte ha chiesto di più, definendo l’intesa non rischiosa ma irresponsabile, e la premier ha risposto con il sarcasmo: prima di mettere d’accordo Putin e Trump, provate a mettere d’accordo Magi e Fratoianni su un’unica risoluzione. La maggioranza ha approvato le sue risoluzioni, l’opposizione si è divisa sulle proprie.
Sarebbe però un errore leggere la svolta solo come un fatto di coraggio. È anche una necessità. Un’Italia schiacciata su Washington mentre Washington tratta con Mosca sopra la testa degli europei perderebbe l’unica carta che le resta nei tavoli di Bruxelles, dove Macron e Merz non le hanno mai riconosciuto il ruolo di mediatrice. Smarcarsi da Trump significa rientrare nel gioco europeo da una posizione meno subalterna, proprio mentre il Consiglio discute di energia, bilancio pluriennale, difesa e migrazioni.
Resta da capire quanto durerà. Le alleanze politiche di Meloni stanno a destra, nel campo che guarda a Trump come a un modello, e la Lega non ha mai nascosto la propria tentazione di un rapporto più morbido con Mosca. La distanza presa ieri è una presa di posizione, non ancora una linea. Ma in politica estera le parole pronunciate in Parlamento pesano più di quelle sussurrate nei corridoi, e questa volta la premier ha scelto di dirle ad alta voce: l’Europa non può accettare che la pace in Ucraina si scriva come un contratto di fornitura.





