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di Pierluigi Piccini
Oggi, in viale Mazzini, si celebra un rito di cui conosciamo già quasi tutto l’esito. Le delibere straordinarie del piano Lovaglio, cioè le due offerte di scambio su Banco Bpm e Banca Generali e il dividendo straordinario da quattro miliardi, richiedono i due terzi del capitale rappresentato in assemblea. Il fronte dei contrari è dichiarato da settimane. Delfin, con il suo diciassette e mezzo per cento, si è impegnata ad aderire all’offerta di Intesa. Il gruppo Caltagirone ha annunciato il voto contrario su tutti i punti straordinari. Lo stesso hanno fatto i Benetton, Praude, Fondaco Lux e infine il fondo sovrano norvegese. Il Tesoro e Banco Bpm resteranno fuori dalla sala. Bastava superare un terzo del capitale per bloccare tutto, e quella soglia è stata superata da tempo. La matematica, insomma, ha già votato.
Resta aperta soltanto la partita sulla fusione con Mediobanca. Intesa l’ha esclusa dalle condizioni della propria offerta, e i consulenti di voto si sono espressi in modo discordante. Ma anche quella, a ben guardare, è una questione che riguarda la forma del gruppo che Ca’ de Sass si troverà in mano, non la sostanza di ciò che accadrà a Siena.
In questo quadro la Fondazione ha offerto uno spettacolo che merita di essere letto con attenzione, al di là della cronaca dei malumori. La Deputazione generale e la Deputazione amministratrice hanno sconfessato il presidente Coppini, favorevole all’offerta di Intesa, e hanno dato mandato di votare a favore di tutte le proposte di Lovaglio. Con lo zero virgola due per cento del capitale è un voto che non sposta nulla. Ha però un valore simbolico, ed è giusto che Palazzo Sansedoni rivendichi un legame storico con la banca e con il territorio. Il punto è un altro. Nello stesso documento c’è una clausola che dice molto più del voto: se l’esito dell’assemblea impedisse il progetto di Lovaglio, nulla osterebbe a valutare in seguito le operazioni straordinarie proposte da soggetti esterni. La Fondazione dice di no a Intesa, ma si lascia aperta la porta per il giorno dopo. Non è incoerenza. È la presa d’atto, scritta in linguaggio burocratico, che la battaglia vera non si combatte oggi.
E qui sta la questione che a Siena si fatica a mettere a fuoco. Il dibattito di queste settimane si è avvitato intorno a una domanda sbagliata: Lovaglio o Messina, difesa o resa, autonomia o annessione. Ma i rapporti di forza nell’azionariato hanno chiuso quella domanda prima ancora che venisse posta in assemblea. Quella che resta aperta, e che nessuno ha ancora risolto, riguarda cosa rimarrà nel capoluogo quando la banca più antica del mondo sarà entrata in un gruppo di altra scala. Cosa succederà alla direzione generale. Cosa succederà alle funzioni, ai centri di decisione, alle fabbriche prodotto. Cosa succederà ai circa milleottocento dipendenti che oggi lavorano direttamente in città, con il loro indotto di stipendi medi e alti che regge commercio, affitti, servizi. E c’è poi il capitolo Unipol, verso cui Intesa ha già tracciato una strada per una parte consistente del Monte: un ulteriore passaggio di mani che complica ogni promessa.
Finora da Intesa sono arrivate rassicurazioni a mezzo stampa e colloqui informali. Sono parole, e le parole di un offerente prima della chiusura dell’offerta valgono quello che valgono. Se il calendario annunciato sarà rispettato, l’Opas potrebbe partire nella seconda metà di novembre. Restano quindi poche settimane, non mesi, per trasformare quelle rassicurazioni in obblighi. Questo significa impegni scritti sui tempi di permanenza del marchio, sul numero degli addetti, sulle funzioni che resteranno in viale Mazzini e sul ruolo della sede storica. Impegni da inserire nel documento di offerta o in un accordo con gli enti locali e con la Fondazione, e firmati anche da chi riceverà i rami ceduti, non soltanto da chi li vende.
È un lavoro che spetta alle istituzioni senesi, al Comune, alla Provincia, alla Regione, alla Fondazione stessa. Richiede di uscire dalla retorica della difesa a oltranza, che stasera avrà esaurito il suo compito, e di entrare in quella, meno spettacolare e molto più faticosa, della trattativa. Il sit-in dei sindacati davanti alla sede della banca ha un senso se diventa il primo atto di una negoziazione, non l’ultimo di una protesta.
Oggi, salvo sorprese che nessuno si aspetta, si chiude una fase. Ma il capitolo che conta per la città comincia domani mattina, e si scrive con i contratti, non con i voti simbolici.





