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Il rinnovo del CdA di MPS si presenta come una proxy fight dal risultato tutt’altro che scontato. Lovaglio, non ricandidato dalla lista del CdA uscente, ha risposto schierandosi con la lista alternativa presentata dalla famiglia Tortora (PLT Holding), che lo propone come AD affiancato da Cesare Bisoni alla presidenza. Il CdA contrappone Nicola Maione e Fabrizio Palermo. Una terza lista, di minoranza, è quella di Assogestioni.
Il problema di Lovaglio è strutturale: la sua base di partenza è esigua. PLT Holding controlla l’1,2% del capitale, a cui potrebbe aggiungersi la quota dell’imprenditore Girondi, vicino al 3%. Norges Bank ha dichiarato il proprio sostegno, ma non basta. Caltagirone, salito al 13,5%, sostiene la lista del CdA. Il MEF non parteciperà all’assemblea. Delfin, primo azionista con il 17,5%, sembra orientata all’astensione. E la Fondazione MPS, anch’essa orientata ad astenersi, introduce il paradosso più acuto dell’intera vicenda.
La Fondazione non vota contro Lovaglio. Eppure la sua assenza produce esattamente lo stesso effetto. Il meccanismo è semplice: le astensioni dei grandi azionisti riducono il denominatore, cioè il capitale votante complessivo, e rendono ogni voto espresso più pesante in termini relativi. Ma questo vantaggio meccanico non funziona allo stesso modo per tutti. Chi parte già avanti — Caltagirone al 13,5%, con una base dichiarata tra il 14% e il 15% grazie ad alcuni fondi americani già schierati — non ha bisogno che votino in tanti: anzi, un’assemblea raccolta gli conviene. Chi invece parte dall’1,2% di Tortora ha bisogno che votino in molti e che ogni voto favorevole pesi il più possibile sul totale effettivo. La Fondazione di Siena, astenendosi, restringe esattamente quello spazio.
Il vero ago della bilancia restano i grandi fondi internazionali: BlackRock (5%), Vanguard e Banco BPM insieme superano il 12% del capitale. Senza di loro la lista del CdA non ha i numeri per vincere, ma senza di loro non li ha nemmeno Lovaglio, e lui parte da molto più indietro. A complicare ulteriormente il quadro c’è la Legge Capitali, che per la prima volta consente di votare sui singoli candidati dopo il primo turno: anche in uno scenario in cui la lista Tortora entrasse in minoranza nel consiglio, Lovaglio potrebbe essere bocciato nominalmente dall’assemblea. Un’uscita doppiamente amara per chi ha guidato il risanamento della banca più antica del mondo.
Il paradosso finale è tutto qui: la Fondazione MPS, simbolo istituzionale di Piazza Salimbeni, potrebbe contribuire alla sconfitta di Lovaglio senza nemmeno pronunciare un voto contrario. In politica come in finanza, l’astensione non è mai davvero neutrale. Favorisce sempre chi è già avanti.
L’assemblea è fissata per il 15 aprile 2026.





