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di Pierluigi Piccini
La sindaca Nicoletta Fabio chiede un incontro urgente a Eugenio Giani e ad Agnese Carletti, il presidente della Regione risponde che ci si vedrà a stretto giro e parla di uno «scenario nuovo». Dopo l’assemblea del 29 ottobre, che ha respinto il piano di Lovaglio e aperto la strada all’offerta di Ca’ de Sass, le istituzioni tornano in campo. Era ora. Ma conviene dirlo con chiarezza: lo scenario non è nuovo da ieri. Era scritto almeno dal 3 ottobre, quando Intesa ha rilanciato condizionando l’offerta alla bocciatura delle operazioni su Banco Bpm e Banca Generali, e Delfin si è impegnata ad aderire. Il voto in assemblea ha solo certificato un esito che i numeri avevano già deciso.
Detto questo, l’iniziativa della sindaca va presa sul serio, perché contiene un passaggio importante: il riconoscimento che spetta agli enti territoriali ottenere garanzie precise e impegni formali, anche attraverso un’interlocuzione diretta con chi ha lanciato l’offerta. È la cosa giusta, ed è la sola che conta. Integrità della banca, funzioni direzionali a Siena, livelli occupazionali, tutela del marchio: sono obiettivi condivisibili, ripetuti in ogni nota dall’estate a oggi, dalla lettera a Giorgetti di luglio all’incontro al Mef del 25 agosto. Il problema non è elencarli. Il problema è trasformarli in qualcosa che sopravviva al closing.
Intesa ha già messo sul tavolo alcune promesse: un polo tecnologico a Siena, una sede secondaria di strutture centrali, la crescita del credito al territorio. Sono annunci di un comunicato, non clausole. Un comunicato si può aggiornare, un piano industriale si può rivedere, un’organizzazione si può razionalizzare in tre anni senza che nessuno abbia formalmente mancato a un impegno. La serietà amministrativa, oggi, consiste nel chiedere che quelle parole entrino nel Documento di Offerta, in un accordo sottoscritto con Comune, Provincia, Regione e Fondazione, con tempi, numeri di addetti, funzioni identificate e verifiche periodiche. E che a firmare sia anche chi accompagna Intesa nell’operazione, perché la cessione di sportelli a Unipol e Bper ridisegna il perimetro reale della presenza sul territorio.
C’è poi il calendario, che è l’altra metà della questione. Oggi si riunisce il consiglio di Rocca Salimbeni, domani Lovaglio parla agli analisti e ha già detto che la partita non è chiusa. Ma i margini per il Monte sono stretti, e le istituzioni non possono restare in attesa del prossimo colpo di scena. Il tempo per negoziare è adesso, prima che l’offerta entri nel vivo e le condizioni diventino fatti compiuti. Dopo, si potrà solo commentare.
Infine, un dettaglio che dice molto. Anima Holding ricorda che il suo contratto di distribuzione con Mps scade nel 2030 e chiede che venga rispettato, chiunque controlli la banca. È un soggetto privato che difende un accordo scritto. Le istituzioni senesi dovrebbero fare lo stesso: smettere di chiedere rassicurazioni e cominciare a pretendere contratti. Siena non ha bisogno di essere consolata, ha bisogno di essere tutelata. E la tutela, in finanza, ha una sola forma: quella firmata.





