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Un saggio di Pacini svela un fatto inedito: un appunto del 1972 da Beirut in cui si parla di un dialogo con l’Olp per scarcerare due fedayn Il contraccambio?
Non colpire l’Italia De Stefano: «Se ci fu, riguardò i palestinesi. Contò la prevenzione, non gli accordi» Giovagnoli «In quegli anni abbiamo beneficiato di una politica estera equilibrata»
È esistito un “lodo Moro” che attraverso concessioni ai militanti arabo-palestinesi ha tenuto il nostro Paese al riparo da attentati, anche in epoca recente? La tesi, in forza di nuovi documenti desecretati, viene rilanciata da Giovanni Pacini, saggista e ricercatore di storia grossetano, che è uscito da poco, per Einaudi, con L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda (pagine 336, euro 27,00).
Intestare ad Aldo Moro il ruolo di “garante” di questo patto – essendo stato quasi ininterrottamente alla Farnesina e poi a Palazzo Chigi in tutta la prima metà degli anni Settanta – non è irrispettoso nei suoi confronti, anzi, la teoria prende corpo proprio dal filone storico che attribuisce pieno valore storico/politico alle lettere dalla prigionia, dopo anni in cui si era dato credito alla tesi dei condizionamenti e alterazioni della personalità per effetto della prigionia. Moro in due lettere cita «il colonnello Giovannoni», in quella all’ex segretario Flaminio Piccoli gli ricorda che « non una ma più volte furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero state poste in essere se fosse continuata la detenzione ». L’uomo al quale Moro si riferisce cambiandogli l’ultima vocale del cognome «è il colonnello Stefano Giovannone, capo del Centro Sid ( Servizio informazioni difesa) nella capitale libanese e figura chiave della diplomazia segreta che l’Italia aveva attivato in una delle aree più instabili del mondo».
Pacini esibisce la “pistola fumante”, la prova dell’esistenza del “lodo Moro”, un documento del 17 dicembre 1972 « partito da un anonimo ufficio all’interno dell’ambasciata italiana a Beirut, un appunto che sarebbe rimasto occultato per decenni negli archivi dei servizi segreti italiani», firmato proprio da Giovannone. « In relazione all’attività terroristica sul piano internazionale, sono in corso colloqui riservati
e non ufficiali con i vertici di varie, note, organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi […]. Nel quadro dei citati colloqui viene considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in [un] carcere italiano (accusa di tentativo di strage». Si tratta del «primo documento accessibile che attesti l’esistenza di un dialogo sotterraneo tra lo Stato italiano e alcune formazioni armate riconducibili all’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina). Un’intesa informale, destinata a evolversi e ampliarsi nel tempo e che sarebbe passata alla storia con il nome convenzionale di “lodo Moro”. L’accordo – spiega Pacini – consentiva ai miliziani di muoversi liberamente in Italia e, anche se arrestati con armi o esplosivi, ne favoriva il rapido rilascio. In cambio, le formazioni coinvolte si impegnavano a non colpire obiettivi italiani, mentre il nostro Paese si faceva carico di promuovere il riconoscimento diplomatico dell’Olp come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese». I due guerriglieri arabi menzionati nella nota dei Servizi, erano due membri di “Settembre nero”, organizzazione terroristica nata dopo la cacciata dei palestinesi dalla Giordania nel settembre 1970, detenuti in Italia con la grave accusa di tentata strage. La sera del 16 agosto 1972, infatti, un ordigno esplose nella stiva di un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, appena decollato da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo. L’ordigno era nascosto in un giradischi portato sull’aereo da due ignare ragazze inglesi, alle quali era stato regalato da due uomini conosciuti nei giorni precedenti a Roma, Zaid Ahmed, e Adnan Ali Hussein, miliziani di Settembre nero. La tragedia fu evitata solo per un caso fortuito: le ragazze, anziché portare il giradischi nel bagaglio a mano, lo avevano riposto nella valigia destinata alla stiva, che era blindata. « I due furono scarcerati perché, se fossero rimasti a lungo detenuti il nostro Paese avrebbe rischiato un pericoloso atto di ritorsione da parte di altri fedayn».
Oltre a portare alla luce il documento che ufficializza l’esistenza della trattativa alla quale lo stesso Moro faceva riferimento Pacini mette in fila una serie di episodi nei quali, con le forma-zioni palestinesi o anche con la Libia, sono stati assunti comportamenti analoghi. Resta l’interrogativo sulla circostanza che il nostro Paese anche in epoca più recente, dopo l’attentato alle Torri Gemelle sia stato l’unico dei grandi Paesi europei risparmiati da attentati di matrice islamica. La persona più idonea a dare una risposta è il prefetto Carlo De Stefano, ex sottosegretario all’Interno del governo Monti, dopo essere stato per un decennio ai vertici dell’Ucigos (l’Antiterrorismo della Polizia) fino al 2010, nel pieno dell’ondata di attentati seguiti all’attacco alle Torri Gemelle, essendo stato da giovane, invece, funzionario in servizio alla Digos di Roma all’epoca del sequestro Moro: «Sono cose completamente diverse – sgombra il campo subito, rispondendo a una nostra domanda – intanto perché il “lodo Moro”, se esistito, riguardava le formazioni palestinesi, mentre il pericolo in quegli anni era costituito dalle formazioni di matrice jihadista». Tuttavia la domanda si impose, anche a livello internazionale. Alla fondazione di analisi strategica Icsa, di cui De Stefano è vicepresidente, arrivò la richiesta di studiosi della Columbia University di approfondire quest’anomalia italiana: « Poi, per via del Covid l’incontro non ci fu, rispondemmo però a dei questionari, e il merito di questo risultato ottenuto, dopo le Torri Gemelle (c’erano stati gravi attentati in Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania e Belgio) lo attribuimmo all’azione preventiva avviata proprio in quegli anni per un’idea scaturita d’intesa fra il ministro dell’Interno Pisanu, il capo della Polizia De Gennaro e l’Ucigos, che portò alla creazione del Comitato di Analisi Strategica antiterrorismo (Casa) istituito nel 2004, con l’apporto di tutte le forze di polizia e di intelligence, compresi gli agenti di custodia nelle carceri, mentre fino ad allora gli allarmi venivano scaricati sulle questure, che da sole non erano in grado di effettuare una prevenzione tempestiva ed efficace. Ma nessun accordo, nessuna trattativa, posso escluderlo». Una peculiarità italiana però è esistita, e in qualche modo c’è ancora. «Un “lodo Moro” c’è stato», sostiene Agostino Giovagnoli, fra i maggiori esperti delle cose di quegli anni: « Abbiamo sicuramente beneficiato di un atteggiamento della nostra politica estera particolarmente equilibrato, sul Medio Oriente, insieme a una grande attenzione alla causa palestinese, attraverso l’Olp. E sempre in sintonia con le posizioni che la Santa Sede ha sempre avuto su questi temi».





